C’è qualcosa di quasi impossibile da spiegare nel momento in cui metti piede in Giappone per la prima volta. Lo avevi immaginato mille volte, guardando foto, leggendo guide, sognando ad occhi aperti davanti a documentari che sembravano troppo belli per essere reali. Poi arrivi e ti rendi conto che la realtà supera ogni aspettativa. È successo esattamente così anche a noi, io e la mia compagna di viaggi e di vita, atterrati all’aeroporto di Osaka Kansai in una mattina di settembre con le valigie cariche di aspettative e il cuore che batteva già forte.
Quasi tre settimane in Giappone. Un itinerario che ci aveva tenuti svegli la notte per mesi, spostato, corretto, riscritto decine di volte. Da Osaka a Tokyo, passando per Kobe, Nara, Kyoto, la baia di Gamagori, il lago Hama, Hakone e il maestoso Monte Fuji. Un viaggio che abbiamo percorso quasi interamente in treno, con il prezioso Japan Rail Pass in tasca, lasciandoci trasportare dalla precisione quasi surreale dei binari giapponesi da una meraviglia all’altra.

Osaka: il punto di partenza perfetto
Dotonbori, il cuore pulsante della città
Osaka ti accoglie con una vitalità che non ti aspetti. È caotica, colorata, rumorosa nel modo giusto, e profuma di cibo ovunque tu giri l’angolo. Avevamo scelto di iniziare da qui non solo per la comodità dell’aeroporto internazionale di Kansai, ma perché Osaka è forse la città giapponese più immediata, quella che mette subito a proprio agio anche chi, come noi, era alla prima esperienza nel Paese del Sol Levante.
Anche gli hotel più ordinari in Giappone, come riscontrato subito qui ad Osaka, riservano piccole sorprese che li rendono speciali: entrando in camera si trovano le ciabatte allineate con cura vicino all’ingresso e, appeso nell’armadio, un yukata leggero da indossare per muoversi in hotel o semplicemente per la sera in stanza. Sono dettagli semplici, ma raccontano meglio di qualsiasi guida quanto in Giappone la cura per l’ospite sia una cosa seria, radicata, che non dipende dal numero di stelle.
Dotonbori è il simbolo di tutto questo. Il canale illuminato di neon, il celeberrimo cartellone del Glico Running Man che sorride dall’alto, i takoyaki fumanti venduti agli angoli delle strade, la folla composta ma festosa che scorre in ogni direzione: bastano venti minuti qui per capire che Osaka è diversa da tutto ciò che hai visto prima. Abbiamo passeggiato lungo il canale al tramonto, poi di nuovo la sera inoltrata, e ogni volta la luce era diversa, l’atmosfera mutava, la città si reinventava.

Ci siamo fermati a mangiare in uno dei tanti ristoranti che si affacciano sull’acqua. Abbiamo scelto quasi a caso, come spesso si fa quando non si legge il giapponese, fidandosi delle foto plastificate nel menu e del sorriso del gestore. Okonomiyaki, la frittata di cavolo giapponese, qualche birra gelata e l’immancabile sake: il primo pasto in Giappone è sempre qualcosa che si ricorda. Il conto era ridicolo per quello che avevamo mangiato, e questa è una delle piacevoli sorprese del Giappone: mangiare bene non costa necessariamente tanto.
Il castello di Osaka, tra storia e modernità
Il giorno successivo era dedicato al castello. Il Castello di Osaka, Osaka-jo, è uno di quei luoghi che ti appaiono davanti all’improvviso, tra i palazzi moderni della città, con una potenza visiva che lascia senza parole. La struttura originale risale al XVI secolo, voluta da Toyotomi Hideyoshi, il signore feudale che unificò il Giappone, e anche se la versione attuale è una ricostruzione del 1931 poi restaurata negli anni Novanta, l’effetto scenografico è intatto.
Settembre è un mese eccellente per visitare il Giappone per mille motivi, e uno di questi è il calore che, pur ancora presente, inizia lentamente a cedere il passo a qualcosa di più sopportabile e in caso di pioggia l’atmosfera diventa ancora più suggestiva. I giardini attorno al castello erano ancora verdissimi, e camminare tra gli alberi prima di salire al mastio principale ci ha dato il tempo di metabolizzare la grandezza del luogo.
Dalla cima si vede tutta Osaka distendersi orizzonte, un tappeto di tetti e strade che sembra non avere fine.

Shinsekai e la torre Tsutenkaku
Osaka nasconde un’anima più malinconica e retrò nel quartiere di Shinsekai, letteralmente “nuovo mondo”, che di nuovo ha ben poco ormai: fu costruito agli inizi del Novecento ispirandosi a Parigi e New York, e oggi conserva un fascino sgangherato e autentico che lo rende uno dei posti più interessanti della città. Al centro si erge la torre Tsutenkaku, alta 103 metri, simbolo storico di Osaka e punto di riferimento del quartiere. Intorno alla torre, le strade di Shinsekai sono piene di ristoranti che servono kushikatsu, uno dei piatti più rappresentativi della cucina popolare di Osaka.
Il quartiere Namba e il mercato Kuromon
A pochi passi da Dotonbori, il quartiere di Namba è il cuore commerciale e popolare di Osaka, un labirinto di gallerie coperte chiamate shotengai che si snodano per chilometri con negozi, ristoranti, bar e tutto ciò che si possa immaginare. La più famosa è Shinsaibashi-suji, una galleria coperta lunga quasi un chilometro dove si possono trovare brand internazionali, negozi di cosmetici giapponesi, abbigliamento e souvenir di ogni tipo.

A breve distanza si trova il mercato Kuromon Ichiba, il mercato coperto più famoso di Osaka, soprannominato la cucina della città. Qui i banchi si susseguono fitti, colmi di frutta esotica, wagyu, frutti di mare e tutto quello che entra nella straordinaria cucina osaka-na. Molti banchi vendono direttamente da mangiare sul posto. Arrivare la mattina presto, quando i prodotti sono più freschi e la folla è ancora gestibile, è la scelta giusta.
Umeda e il panorama dal cielo
Il grattacielo Umeda Sky Building, nel quartiere nord di Osaka, offre quello che è probabilmente il panorama più scenografico della città. La struttura, composta da due torri collegate da un osservatorio circolare sospeso nel vuoto a quasi centosettanta metri di altezza, è un capolavoro di architettura degli anni Novanta che non ha perso niente del suo fascino. L’osservatorio è aperto anche di sera, e la vista notturna su Osaka illuminata è semplicemente straordinaria.

Kobe: eleganza affacciata sul mare
Kobe è a soli quindici minuti di treno da Osaka, eppure sembra un mondo a parte. Più europea nell’architettura, più silenziosa, con un’eleganza discreta che la distingue dalla vivacità della sua vicina. La città fu una delle prime in Giappone ad aprirsi ai commerci con l’Occidente nel XIX secolo, e questa storia si legge ancora oggi nei quartieri storici come Kitano, dove le antiche residenze degli stranieri, le ijinkan, sono visitabili e raccontano una pagina affascinante di storia.

La Torre di Kobe, Kobe Port Tower, è il simbolo indiscusso della città. Una struttura rossa a forma di pagoda moderna, alta 86 metri, che si specchia nel porto con una grazia quasi teatrale. Abbiamo salito la torre nel pomeriggio, scegliendo l’orario in cui la luce del sole inizia a tingere di arancione l’acqua della baia di Osaka. Il panorama è diverso da quello che si vede dall’alto di altre città giapponesi: c’è il mare, ci sono le isole artificiali, ci sono le montagne alle spalle che scendono quasi in verticale verso l’acqua. Kobe è una città compresa tra il cielo, le vette e il mare, e questa geografia unica la rende visivamente straordinaria.
Prima di lasciarlo, il porto di Kobe ci ha regalato uno degli spettacoli tipici giapponesi. Sul lungomare di Meriken Park era in programma una rappresentazione di danze e musica tradizionale giapponese, e ci eravamo arrivati quasi per caso, senza averla cercata. Le donne in kimono coloratissimi si muovevano con quella grazia misurata e precisa che sembra rallentare il tempo intorno, accompagnate dal suono di shamisen e taiko che rimbalzava sull’acqua del porto. Il pubblico si era raccolto ordinatamente lungo il perimetro dello spazio scenico, in quel silenzio rispettoso e partecipe che i giapponesi riservano a qualsiasi forma di espressione artistica, grande o piccola che sia.
Vale la pena fermarsi anche solo mezza giornata a Kobe, magari abbinando la visita alla torre a una passeggiata nel quartiere di Meriken Park.

Il quartiere di Kitano e le ijinkan
A poca distanza dal porto, il quartiere collinare di Kitano è il cuore della Kobe occidentalizzata dell’Ottocento. Le ijinkan, le residenze degli stranieri che si stabilirono qui dopo l’apertura dei porti nel 1868, sono oggi trasformate in musei visitabili che raccontano la vita dei mercanti e diplomatici europei e americani che scelsero questa città come casa lontano da casa. Alcune sono rimaste quasi intatte nell’arredamento d’epoca, con mobili in stile vittoriano e oggetti quotidiani che sembrano fermi nel tempo.
Camminare per le stradine di Kitano, in salita verso le case di mattoni rossi che spuntano tra gli alberi, è come fare un passo indietro in un Giappone che non ti aspetti, un Giappone che si mescolò con l’Occidente senza perdere se stesso. Ci si ferma, si guardano le facciate, si torna a guardare il porto in basso, e si capisce come mai Kobe abbia sempre avuto un’identità così particolare all’interno del panorama giapponese.

Nara: i cervi sacri e il grande Buddha
Da Osaka, Nara è raggiungibile in circa quaranta minuti di treno e con il Rail Pass non c’è nemmeno bisogno di comprare biglietti separati. Nara è stata la prima capitale permanente del Giappone, nel VIII secolo, e conserva un’atmosfera di quiete e sacralità che si percepisce fin dai primi passi nel grande parco cittadino.
Ma la vera protagonista di Nara non è umana. Sono i cervi. Circa milleduecento cervi sika vivono liberi nel parco, considerati sacri secondo la tradizione shintoista, e si aggirano tra i visitatori con una disinvoltura che all’inizio sorprende e poi diverte. Si possono acquistare dei crackers di riso appositi, gli shika senbei, e nutrirli direttamente con la mano. I cervi lo sanno benissimo, e non ci mettono molto a circondarti se scorgono il pacchetto in mano. È uno spettacolo tenero e leggermente surreale, uno di quei momenti che finiscono inevitabilmente nel rullino dei ricordi più vividi.

Il Tōdai-ji, il tempio che custodisce il Grande Buddha di Nara, è un’altra di quelle esperienze che tolgono il respiro. Il Daibutsu, il Buddha di bronzo dorato alto quasi sedici metri, è la statua di bronzo al coperto più grande del mondo, e quando te lo trovi davanti all’interno di un edificio in legno che è la struttura in legno più grande del Giappone, può sembrare minuscolo.
L’ingresso al Tōdai-ji costava 600 yen, e consiglio di arrivarci la mattina presto, quando la luce è più bella e i gruppi organizzati non hanno ancora invaso il parco.
Kasuga Taisha e il viale delle lanterne
Nascosto tra i cedri del parco, il santuario shintoista di Kasuga Taisha è uno dei luoghi più suggestivi di Nara. Fondato nel 768 d.C., è famoso soprattutto per le sue tremila lanterne di bronzo e pietra che fiancheggiano i vialetti di avvicinamento al santuario. Due volte l’anno, in febbraio e agosto, vengono tutte accese durante il festival Mantoro, creando uno spettacolo di luce che trasforma la foresta in qualcosa di onirico. Noi ci siamo arrivati in una mattina ordinaria di settembre, con le lanterne spente, ma non per questo meno evocative: il muschio che ricopre quelle di pietra, la luce filtrata tra gli alberi, i cervi che scivolano silenziosi tra i sentieri rendono il percorso fino al santuario quasi meditativo.

L’accesso ai vialetti esterni è gratuito, mentre per l’ingresso al santuario interno il biglietto si paga. Vale la pena pagarlo per accedere al cuore del complesso, dove le quattro strutture principali dipinte di rosso cinabro brillano tra il verde della foresta con una vividezza quasi irreale.
Il Kōfuku-ji e la pagoda a cinque piani
Nel centro di Nara, a pochi passi dal parco dei cervi, il tempio buddista Kōfuku-ji domina la skyline con la sua pagoda a cinque piani alta 52 metri, una delle più alte del Giappone e simbolo riconoscibile della città. Il tempio fu fondato nel 669 d.C. e per secoli fu il centro del potere della famiglia Fujiwara, una delle più influenti del Giappone antico. Oggi ospita due sale del tesoro che conservano alcune delle sculture buddiste più importanti del paese, tra cui la celebre statua Ashura, un demone convertito dalla dottrina buddista ritratto in una postura di straordinaria eleganza con le sue tre teste e sei braccia.
La pagoda si riflette nello stagno Sarusawa-ike appena sotto, e questo specchio d’acqua è uno di quei posti in cui ci si siede e si perde il conto del tempo. Qualche carpa rossa che rompe la superficie, le anatre che sonnecchiano sulle sponde, la sagoma della pagoda nell’acqua: Nara ha la capacità rara di farti rallentare senza che tu te ne accorga.

Il sentiero di Naramachi
Prima di lasciare Nara, vale la pena dedicare un’oretta al quartiere storico di Naramachi, un labirinto di stradine dove le antiche case dei mercanti dell’era Edo sono ancora in piedi e molte sono state convertite in negozi artigianali, caffè e piccoli musei. Qui si trovano oggetti di artigianato locale, stoffe tinte con l’indaco, ceramiche e souvenir di qualità ben diversa da quelli standardizzati dei negozi turistici.
La nostra ultima sera a Nara siamo stati a cena in un ristorante “italiano” di un cuoco giapponese che per puro caso è venuto a studiare la cucina italiana nel paese dove sono cresciuto e che in effetti ci ha preparato un ottimo pasto.
Kyoto: la città che porta il Giappone nell’anima
Il quartiere Gion e le geishe
Se c’è una città che più di tutte le altre incarna l’immagine del Giappone che ci portiamo dentro ancora prima di partire, quella città è Kyoto. Antica capitale imperiale per oltre un millennio, Kyoto ha saputo conservare una densità di templi, santuari, giardini e tradizioni che non ha paragoni in nessun’altra città del mondo. Potremmo tornarci ogni anno per dieci anni e trovare sempre qualcosa di nuovo.

Il quartiere Gion è il primo posto dove ci siamo diretti la sera dell’arrivo, con le valigie ancora da disfare e la stanchezza del viaggio già dimenticata. Gion è il quartiere delle geishe, delle case da tè tradizionali, delle lanterne di carta che illuminano le strade lastricate di pietra. Camminare lungo Hanamikoji-dori la sera è come entrare in un’incisione su legno: le case in legno scuro, i kimono che scorrono silenziosi, i rumori attutiti, la luce ambra. È il Giappone che sognavi, perfettamente reale.
Avvistare una maiko, una geisha apprendista, non è garantito ma non è nemmeno raro. Noi ne abbiamo incontrata una mentre usciva discretamente da un portone, diretta probabilmente ad un appuntamento. Un attimo, uno sguardo, una foto che abbiamo deciso di non fare per rispetto, e poi è scomparsa nella sera. Un momento che vale da solo il viaggio.

I templi di Kyoto: tra Buddha e santuari shintoisti
Kyoto ospita oltre milleseicento templi buddisti e quattrocento santuari shintoisti. Visitarli tutti è ovviamente impossibile, ma scegliere quelli giusti è già di per sé un’arte. Noi abbiamo trovato il nostro equilibrio tra i grandi classici imperdibili e qualche gemma meno battuta dai circuiti turistici.
Il Kinkaku-ji, il Padiglione d’Oro, è inevitabilmente uno dei più visitati e una delle immagini più replicate del Giappone. Arrivare presto la mattina è l’unico modo per trovare una ressa appena tollerabile e per godere della luce che illumina le foglie dorate della struttura riflessa nello stagno. Sì, è affollato. Sì, vale comunque ogni secondo.
Il Ryōan-ji, con il suo celebre giardino zen di rocce e ghiaia rastrellata, è un’esperienza completamente diversa. Ci siamo seduti sulla veranda di legno per quasi mezz’ora, in silenzio, cercando di cogliere il senso di quello spazio apparentemente vuoto. Il giardino ha quattordici rocce disposte in modo che da nessun punto di osservazione si possano vedere tutte contemporaneamente. Una metafora, dicono, dell’imperfezione come condizione umana. Che ci si creda o meno, il posto induce una quiete autentica.
Il Fushimi Inari è un’altra storia ancora.

Fushimi Inari: i torii che non finiscono mai
Fushimi Inari Taisha è probabilmente il santuario shintoista più fotografato del Giappone. I suoi migliaia di torii arancioni che si infilano l’uno nell’altro formando un tunnel infinito verso la cima del monte Inari sono un’immagine che chiunque abbia mai guardato una foto del Giappone ha visto almeno una volta. Ma vederli dal vivo è tutta un’altra faccenda.

Il santuario è aperto 24 ore su 24 con ingresso gratuito. Questa è la notizia più importante per chi, come noi, decide di affrontare la salita al tramonto o all’alba per evitare la calca delle ore centrali. Noi abbiamo scelto di partire al mattino.
Prima di iniziare la salita, o meglio al ritorno quando le gambe iniziano a reclamare attenzione, vale la pena fermarsi in uno dei piccoli chioschi che costeggiano l’ingresso del santuario per una tazza di amazake. È una bevanda tradizionale giapponese a base di riso fermentato, densa, leggermente dolce, servita calda in una ciotola di ceramica, praticamente analcolica nonostante il nome suggerisca il contrario: ama significa dolce, sake qui è solo la radice. Noi lo abbiamo scoperto quasi per caso, attirati dal vapore che saliva da un bancone di legno gestito da una signora anziana in grembiule che non parlava una parola di inglese ma sorrideva come se ci conoscessimo da anni. L’amazake caldo, con una leggera spolverata di zenzero in superficie, dopo due ore di salita tra i torii è una di quelle piccole rivelazioni gastronomiche che non ti aspetti e che finiscono per diventare uno dei sapori del viaggio. Costa pochissimo, scalda, e ha quel gusto antico e confortante che si incontra spesso nella cucina giapponese più tradizionale, quella che non si trova nei ristoranti per turisti ma nei chioschi ai margini dei santuari, gestiti con la stessa cura silenziosa di tutto il resto.
La salita completa fino alla cima richiede circa due ore e mezza, ma si può tranquillamente tornare indietro a metà percorso, dopo il primo e più celebre tratto dei torii. Noi abbiamo deciso di salire fino in cima, e ne è valsa la pena: le vedute su Kyoto con la città che si distende silenziosa sotto di noi, erano qualcosa di difficile da dimenticare. Le gambe un po’ meno, ma questo è un altro discorso.
Arashiyama: la foresta di bambù e il tempio Tenryu-ji
A ovest di Kyoto, il quartiere di Arashiyama è uno di quei posti che sembrano disegnati apposta per essere bellissimi. La foresta di bambù di Sagano è probabilmente la più fotografata del Giappone: un corridoio verde altissimo in cui i culmi di bambù si stringono ai lati del sentiero fino a quasi toccarsi sopra la testa, creando una luce filtrata, quasi subacquea. Il suono del vento tra i bambù è qualcosa che si ricorda: un fruscio continuo e gentile che la tradizione giapponese ha inserito nella lista dei cento suoni naturali da preservare.

Il tempio Zen Tenryu-ji, a due passi dalla foresta, è patrimonio UNESCO e ospita uno dei giardini più famosi del Giappone, progettato nel XIV secolo con una visione della natura come specchio della mente. Lo stagno centrale riflette le montagne sullo sfondo in quello che i giapponesi chiamano shakkei, il prestito del paesaggio, una tecnica paesaggistica che integra l’orizzonte naturale nel design del giardino. Bastano venti minuti a capire perché questo posto sia rimasto pressoché immutato per settecento anni.
Il percorso del filosofo e il tempio Nanzen-ji
Il Tetsugaku-no-Michi, il Percorso del Filosofo, è un sentiero di circa due chilometri che corre lungo un canale nel quartiere nord-est di Kyoto, tra il tempio Ginkaku-ji e il tempio Nanzen-ji. Il nome deriva dal filosofo Nishida Kitaro, che pare percorresse questo cammino ogni mattina in meditazione. A marzo è celebre per i ciliegi in fiore che lo ricoprono interamente, ma anche a settembre il percorso ha un fascino quieto e raccolto, con piccole gallerie d’arte, caffè nascosti e botteghe di ceramica che si alternano lungo il tragitto.

Il Nanzen-ji, all’estremità meridionale del percorso, è uno dei complessi Zen più imponenti di Kyoto. Entrare sotto il grande portale in legno, il Sanmon, è un’esperienza fisica prima ancora che spirituale: le dimensioni della struttura sopraffanno, e la salita fino alla terrazza del portale offre una vista insolita sui tetti del complesso e sulla città in lontananza. All’interno dei giardini, un acquedotto di mattoni rossi dell’era Meiji attraversa il tempio con una presenza bizzarra e affascinante, testimonianza di come il Giappone abbia sempre saputo fare convivere antico e moderno senza traumi apparenti.

Un pomeriggio tra i maestri del kendo
C’è un posto a Kyoto che non trovi nelle guide turistiche standard e che ci ha regalato uno dei pomeriggi più inaspettati del viaggio intero. La Kyoto City Budo Center, il centro municipale dedicato alle arti marziali tradizionali giapponesi, sorge in un edificio sobrio e funzionale non lontano dal parco di Maruyama, e dall’esterno non lascia immaginare niente di quello che accade dentro. Sapevamo di questa scuola di kendo, attratti da un suono sordo e ritmico che usciva dalle finestre aperte, e abbiamo deciso di entrare senza sapere bene cosa aspettarci.

Le sale interne erano in piena attività. Sul parquet della palestra principale, una ventina di praticanti di kendo si fronteggiava in coppia con le shinai, le spade di bambù, avanzando e ritirandosi con movimenti secchi e precisi che sembravano coreografati eppure erano spontanei, istintivi, frutto di anni di ripetizione. I kiai, le grida rituali che accompagnano ogni colpo, risuonavano nell’aria con una forza che si sente nel petto prima ancora che nelle orecchie. I praticanti indossavano il bogu completo, l’armatura protettiva in cuoio e metallo con la maschera a griglia davanti al viso, e quella combinazione di movimento rapido e silenzio improvviso tra un’azione e l’altra aveva qualcosa di ipnotico.
Ci siamo seduti in silenzio, quasi trattenendo il respiro, cercando di non disturbare qualcosa che aveva chiaramente le sue regole e la sua sacralità. Nessuno ci ha fatto sentire fuori posto. In Giappone il rispetto funziona così: è reciproco, silenzioso, non ha bisogno di parole. Siamo rimasti quasi un’ora, guardando, cercando di capire i ritmi e le sequenze, sentendo quella sensazione rara di assistere a qualcosa di autentico che esiste indipendentemente dagli sguardi esterni. Il kendo non è uno spettacolo, e forse è proprio per questo che vederlo in un posto come questo, in un pomeriggio qualunque di settembre, è stato così potente.
Il palazzo imperiale e i giardini Gyoen
Nel cuore di Kyoto, il Palazzo Imperiale e i suoi giardini pubblici, il Kyoto Gyoen, occupano un’area enorme nel mezzo della città. I giardini sono liberamente accessibili e rappresentano uno dei polmoni verdi più grandi del centro urbano, frequentati da famiglie, jogger e anziani che giocano a gateball. Il palazzo in sé richiede prenotazione per la visita guidata, ma anche solo passeggiare nei giardini tra i pini e i momiji, gli aceri giapponesi che in autunno diventano fiamme rosse, vale il tempo di una mattina.

Gamagori: il Giappone che non ti aspetti
Take Island e il pontile sul mare
Gamagori è una piccola città portuale nella prefettura di Aichi, a circa due ore da Kyoto in Shinkansen e treno locale, e quasi nessuna guida turistica in italiano la nomina. Eppure è stato uno dei luoghi che più ci ha sorpreso, e questa è forse la cosa più bella dei viaggi lunghi: lo spazio per deviare dai percorsi battuti.

Qui è raro se non impossibile incontrare occidentali e lo abbiamo intuito dall’accoglienza stupita dei negozianti. In particolare, un’anziana signora che gestiva una pasticceria è rimasta così colpita dall’incontro con noi che ci ha voluto omaggiare con degli squisiti dolcetti caratteristici a forma di pesce.
Take Island, Takeshima in giapponese, è una piccola isola collegata alla terraferma da un pontile di circa quattrocento metri. L’isola è interamente ricoperta da una vegetazione fitta e verdissima, e al suo centro sorge il santuario di Yaotomi, dedicato a otto divinità shintoiste. Camminare lungo il pontile con il mare che scintilla ai lati e l’isola che si avvicina lentamente è una di quelle esperienze semplici che rimangono impresse nella memoria con una nitidezza sorprendente.
L’isola si visita in un’oretta circa, tra il santuario e i sentieri che ne percorrono il perimetro. C’è qualcosa di magico in questo posto minuscolo, nel contrasto tra la pace della natura e la vita quotidiana della piccola città sul fondo della baia. Ci siamo seduti su una roccia affacciata sul Pacifico e abbiamo capito che quella quiete era esattamente quello di cui avevamo bisogno a metà viaggio.
Lagunasia e le onsen in hotel
Gamagori offre anche Lagunasia, un parco tematico sul mare con attrazioni acquatiche e di intrattenimento, perfetto se si viaggia con bambini o se si ha voglia di una giornata più leggera dopo settimane di cultura e templi.Noi ci siamo però passati di sera e le giostre vuote ma illuminate e in movimento avevano un che di spettrale, ma altrettanto affascinante.

Ma il vero tesoro di Gamagori erano le onsen del nostro hotel. Le terme giapponesi, le onsen appunto, sono molto più di una vasca d’acqua calda: sono un rituale, una filosofia, un modo di stare al mondo che il Giappone ha elevato a forma d’arte. L’hotel disponeva di vasche all’aperto, i rotenburo, affacciate sul mare, in cui ci si immerge nell’acqua termale mentre si guarda il Pacifico al tramonto. Non c’è molto altro da aggiungere: è semplicemente una delle cose più belle che abbiamo vissuto in questo viaggio. E per chi non avesse mai frequentato le onsen, la regola fondamentale è una sola: si entra nudi, dopo una doccia accurata, e ci si lascia andare.

Dormire sui tatami e la nave di One Piece
A Gamagori abbiamo avuto anche la fortuna di dormire in un hotel con camere tradizionali giapponesi, una di quelle esperienze che da sole valgono una deviazione. La stanza era spoglia e perfetta nella sua essenzialità: pavimento di tatami profumato, un basso tavolo di legno al centro, nessun letto. La sera il personale aveva preparato i futon direttamente sul pavimento, con lenzuola di cotone bianchissimo e un cuscino di miglio che all’inizio sembra strano e dopo cinque minuti sembra l’unico cuscino che abbia mai avuto senso usare. Dormire sul futon, con il corpo sorretto dalla fermezza dei tatami e il silenzio dell’hotel tutt’intorno, è un’esperienza fisica diversa da qualsiasi altra: ci si sveglia riposati in un modo che difficilmente si riesce a spiegare a chi non l’ha provato. La mattina il futon viene arrotolato e riposto nell’armadio a muro, la stanza torna ad essere uno spazio vuoto e ordinato, e questa reversibilità dello spazio è forse la cosa più elegante di tutta l’architettura domestica giapponese.

Ma la sorpresa più inaspettata di Gamagori non era nell’hotel. Passeggiando nei pressi del porto di Lagunasia ci siamo trovati davanti a qualcosa di completamente surreale: ormeggiata al molo, maestosa e coloratissima, c’era la Thousand Sunny la nave di One Piece. Non una replica da parco tematico, ma la vera nave utilizzata per il tour che ha portato la celebre imbarcazione del manga di Eiichiro Oda in giro per i porti del Giappone. Con le vele che sventolavano nel vento della baia, era uno spettacolo assurdo e meraviglioso allo stesso tempo. Anche per chi non è cresciuto con One Piece, era impossibile non fermarsi e guardarla con lo stesso stupore di un bambino. Intorno, decine di appassionati in fila per fotografarsi a bordo, con gli occhi che brillavano di quella luce specifica che hanno le persone quando incontrano qualcosa che amano davvero.
In effetti, girando per il Giappone abbiamo capito quanto i manga siano parte integrante della loro cultura! Non è raro infatti imbattersi in persone vestite da personaggi degli anime più noti.
Lago Hama e il paesaggio del Giappone rurale
Il lago Hama, Hamanako, si trova nella prefettura di Shizuoka, lungo la via che da Gamagori porta verso Hakone e il Monte Fuji. È uno dei laghi lagunari più grandi del Giappone, collegato direttamente al mare, e la sua sponda ospita piccoli villaggi di pescatori, allevamenti di anguille (una specialità locale assolutamente da provare) e paesaggi di una dolcezza rurale che contrasta meravigliosamente con le metropoli visitate nei giorni precedenti.
Ci siamo fermati qui per mezza giornata, in parte per spezzare il viaggio verso Hakone, in parte perché il lago, quando lo abbiamo visto la prima volta dalla finestrino del treno, ci aveva fatto capire che non potevamo semplicemente passarci accanto senza fermarci.

Hakone: vulcani, onsen e natura
Le onsen tradizionali giapponesi
Hakone è uno di quei posti che i giapponesi amano profondamente e che i turisti stranieri spesso sottovalutano, attratti dall’idea del Monte Fuji lì vicino. Ma Hakone merita un capitolo tutto suo, e noi ci abbiamo dedicato due giorni interi senza pentirci un secondo.
La zona è vulcanicamente attiva, il che significa sorgenti termali ovunque e un paesaggio che cambia continuamente tra nebbia, vapori sulfurei e vegetazione fitta. Le onsen di Hakone sono tra le più rinomate del Giappone, e molti ryokan, i tradizionali alberghi giapponesi, dispongono di vasche private o comuni alimentate direttamente dalle sorgenti. Dormire in un hotel tipico ad Hakone, indossare uno yukata, il kimono da camera leggero e poi immergersi nelle terme prima di dormire su un futon è un’esperienza che consiglio senza riserve a chiunque voglia toccare l’essenza più autentica del Giappone.
Hakone si trova all’interno della zona coperta dall’Hakone Free Pass, un pass giornaliero o bi-giornaliero che include l’accesso a tutti i mezzi di trasporto locali: il treno a cremagliera, la funivia, la barca sul lago Ashi. Vale decisamente la pena acquistarlo.

Trekking tra i vapori vulcanici
Owakudani è la zona vulcanica più accessibile di Hakone, raggiungibile in funivia. Qui la terra fuma, l’odore di zolfo è nell’aria, ma il trekking migliore è quello lungo l’antico Tokaido, la strada che collegava Edo (l’attuale Tokyo) a Kyoto in epoca Edo. Un tratto di questa strada è ancora lastricato con le pietre originali e si snoda tra foreste di cedri e bambù, con pochissimi altri escursionisti e una sensazione di immersione nella storia che i musei non riescono a restituire.

Il lago Ashi e la vista sul Fuji
Il lago Ashi è lo specchio d’acqua più famoso di Hakone, quello nelle cui acque si riflette la sagoma del Monte Fuji nei giorni di cielo sereno. Settembre può essere generoso o capriccioso con la visibilità del Fuji: i giorni umidi portano nuvole che nascondono la vetta, mentre le mattine limpide regalano panorami da cartolina. Noi abbiamo avuto fortuna una mattina su due, e la vista della montagna che si staglia perfetta sull’acqua ferma del lago è qualcosa che non si dimentica.
Per chi vuole esiste anche la possibilità di effettuare la traversata del lago in barca, con le barche a forma di galea pirata che fanno servizio regolare.

Monte Fuji: camminare verso il cielo
La quinta stazione e la salita
Il Monte Fuji, Fujisan per i giapponesi, è molto più di una montagna. È un simbolo nazionale, un luogo sacro, un’icona riconoscibile ovunque nel mondo. Quando ti si para davanti per la prima volta nella sua interezza, con quella forma conica perfetta che sembra il disegno di un bambino, capisci perché i giapponesi lo hanno amato e venerato per secoli.

La stagione ufficiale di scalata va da luglio a metà settembre, il che significava per noi essere tra gli ultimi a poter tentare la salita in condizioni normali. Avevamo scelto di non fare la vetta completa, che richiede una notte in rifugio e una partenza alle tre di mattina per assistere al Goraiko, l’alba dalla cima, e di limitarci alla camminata dalla Quinta Stazione, a circa 2300 metri di quota.
Dalla Quinta Stazione, raggiungibile in pullman da Hakone o dal terminal di Kawaguchiko, partono i sentieri che portano verso la vetta. Abbiamo seguito il sentiero Yoshida, il più popolare, fino alla Settima Stazione, a circa 3000 metri, camminando tra la roccia vulcanica nera e le nubi che arrivavano dal basso ad avvolgerci. L’aria si assottiglia, il respiro diventa un po’ più faticoso, e il paesaggio diventa progressivamente lunare, spoglio, maestoso.

Non abbiamo cercato di superare la Settima Stazione perché oltre quel punto, a metà settembre, le condizioni possono diventare imprevedibili e la funivia della Quinta Stazione chiude con orario fisso. Ma quelle ore di camminata sul fianco del Fuji sono state tra le più intense del viaggio, con vedute sulle nubi sottostanti e la consapevolezza fisica di trovarsi su uno dei luoghi più iconici del pianeta.
Il consiglio pratico più importante: portare strati. Anche a settembre, a quelle quote, il vento può essere pungente e le nubi portano umidità. Scarpe da trekking sono essenziali, i bastoncini si noleggiano alla Quinta Stazione se non ne avete di propri.
E per quando si è troppo stanchi per proseguire c’è un bellissimo chalet tipico che offre cibo caldo.

Tokyo: la metropoli che non si ferma mai
I quartieri: Shibuya, Shinjuku, Akihabara e oltre
Tokyo è una città che sovrasta ogni superlativo. Quaranta milioni di persone nell’area metropolitana, una rete metropolitana di una complessità impressionante ma di una precisione quasi commovente, quartieri così diversi l’uno dall’altro da sembrare città separate, ognuna con la propria identità, la propria popolazione, il proprio ritmo.
Shibuya è l’immagine di Tokyo che tutti conoscono: il famoso incrocio pedonale, il Shibuya Scramble Crossing, dove a ogni ciclo del semaforo centinaia di persone si muovono in tutte le direzioni simultaneamente senza che nessuno si scontri con nessuno. Lo abbiamo osservato dall’alto, dal terzo piano di un locale che si affaccia direttamente sopra l’incrocio, e poi ci siamo immersi in quel flusso umano ordinato e caotico allo stesso tempo. È uno di quei momenti in cui la Tokyo che avevi immaginato e la Tokyo reale si sovrappongono perfettamente.

La statua di Hachiko, il fedele Akita che aspettò il suo padrone alla stazione di Shibuya per quasi dieci anni dopo la sua morte, è uno di quei punti di incontro romantici in stile tokyota. Piccola, brunita dal tempo e dalle mani dei passanti, circondata sempre da qualcuno che si fa fotografare, la statuetta è commovente proprio nella sua semplicità. Conoscere la storia del cane prima di vederla aggiunge uno strato emotivo che trasforma una foto turistica in qualcosa di più.
Shinjuku è un altro universo. Di giorno, la stazione più frequentata del mondo, con oltre tre milioni di passeggeri quotidiani, un labirinto sotterraneo di corridoi e uscite che ci ha messo un po’ a padroneggiare. Di sera, Kabukicho, il quartiere dell’intrattenimento, con i suoi neon e i suoi robot ristoranti e le sue regole tutte particolari. E poi Omoide Yokocho, il vicolo dei ricordi, una stradina stretta e fumosa dove minuscoli ristoranti di yakitori illuminati da lanterne servono spiedini alla griglia e birra gelata a prezzi d’altri tempi.
Akihabara è invece il quartiere dell’elettronica e dell’animazione, un posto che può sembrare assurdo e meraviglioso allo stesso tempo. Negozi a 7 piani di gadget, figurine, manga, componenti elettronici, cosplay e tecnologia all’avanguardia. Anche se non sei un appassionato di anime o videogiochi, Akihabara va visitato almeno una volta come testimonianza di quanto profondamente la cultura pop sia radicata nell’identità giapponese.

Asakusa e il tempio Senso-ji
Asakusa è il quartiere più antico di Tokyo, quello che più di ogni altro conserva l’atmosfera della vecchia Edo, la città pre-moderna che divenne l’attuale capitale. Il tempio Senso-ji è il più antico di Tokyo, fondato nel 628 d.C. secondo la tradizione, e il suo accesso attraverso la grande porta Kaminarimon, la porta del tuono con la celebre lanterna rossa, è uno degli scenari più iconici di tutta la città.
Il lungo viale che dalla porta porta al tempio, la Nakamise-dori, è fiancheggiato da decine di botteghe che vendono souvenir tradizionali, snack, ventagli, kimono di carta, sandali di legno. È un’esperienza commerciale nel senso più letterale del termine, eppure il fascino regge perché i prodotti sono autentici e il contesto architettonico rimane intatto. Arrivare al tempio la sera, quando le lanterne si accendono e la folla diurna si dirada, è una delle cose più belle che Tokyo può offrire. L’ingresso al tempio è gratuito.

Il santuario Meiji e il bosco di Harajuku
In netto contrasto con l’antichità di Asakusa, il santuario Meiji si trova nel mezzo di uno dei quartieri più alla moda di Tokyo, Harajuku. Ma il contrasto è solo apparente: il santuario e il bosco di centomila alberi che lo circonda, piantati all’inizio del Novecento, formano un’oasi di silenzio e natura di quasi settanta ettari nel cuore della metropoli. Camminare lungo il viale di ghiaia che porta al santuario, attraverso i torii di cipresso, è una transizione fisica dall’esterno al sacro che il Giappone sa costruire meglio di chiunque altro.
Il santuario Meiji è dedicato all’imperatore Meiji e all’imperatrice Shoken, e la sua semplicità architettonica, priva degli ornamenti colorati di molti altri santuari, lo rende severo ed elegante in misura uguale. Alle spalle del santuario, Takeshita Street ad Harajuku è il polo opposto: una stradina breve e caotica dove la moda giovanile giapponese nei suoi eccessi più creativi si manifesta liberamente, tra abiti Lolita, crepes alla fragola e accessori che non avresti immaginato potessero esistere.

Ueno e i suoi musei
Il parco di Ueno è il grande parco urbano di Tokyo, famoso per i ciliegi in primavera ma interessante in qualsiasi stagione grazie alla concentrazione di musei che ospita. Il Tokyo National Museum, il più grande museo del Giappone, custodisce la più vasta collezione di arte e archeologia giapponese del mondo: ceramiche, lacche, armature di samurai, dipinti su seta, kimono storici. Si potrebbe passare una giornata intera qui senza vedere tutto, e sarebbe comunque tempo ben speso.
Accanto ci sono il museo della scienza, il museo della natura, il museo d’arte occidentale progettato da Le Corbusier, patrimonio UNESCO per l’architettura. Ueno è uno di quei quartieri che funzionano meglio nelle mattine di un giorno qualunque di settimana, quando i visitatori sono meno e ci si può muovere con calma tra le collezioni senza sentirsi in una fila perenne.
La Tokyo Skytree e il panorama dall’alto

Per chi vuole il panorama più spettacolare su Tokyo, la risposta è già scritta: la Tokyo Skytree, inaugurata nel 2012, è la torre di comunicazione più alta del mondo con i suoi 634 metri, e il suo osservatorio a 450 metri offre nelle giornate limpide una visuale che spazia fino al Monte Fuji. Siamo saliti nel tardo pomeriggio, scegliendo l’orario del tramonto per godere della transizione dalla luce del giorno all’accensione progressiva della città. Tokyo che si illumina dall’alto, con quella lentezza inesorabile che trasforma un’ora del giorno nell’altra, è uno degli spettacoli più grandi che una città possa offrire. Sotto di noi, in ogni direzione, milioni di luci che si perdevano oltre ogni orizzonte visibile: non finisce mai, semplicemente, si estende fino a dove l’occhio non riesce più a distinguere i dettagli. Il biglietto per l’osservatorio principale a 350 metri costa 2060 yen, quello per il livello superiore a 450 metri altri 1030 yen in aggiunta. Vale ogni centesimo, specialmente al tramonto.
La torre di Tokyo, il kabuki, la festa per strada e i 47 ronin

Ci sono sere a Tokyo che rimangono scolpite nella memoria con una precisione quasi fotografica, e una di quelle è stata la serata in cui siamo saliti sulla Torre di Tokyo. Alta 333 metri, costruita nel 1958 ispirandosi esplicitamente alla Torre Eiffel ma dipinta di bianco e arancione internazionale per rispettare le normative aeronautiche, la torre è ancora oggi uno dei simboli più amati della città nonostante la concorrenza della più moderna Skytree. Di sera, illuminata contro il cielo scuro, ha qualcosa di caldo e romantico che le strutture più recenti non riescono a replicare. Siamo saliti all’osservatorio principale a centocinquanta metri, e poi a quello speciale a duecentocinquanta, e Tokyo si stendeva sotto di noi in ogni direzione come una galassia orizzontale, milioni di luci che si perdevano oltre ogni orizzonte visibile. C’è qualcosa di vertiginoso nel rendersi conto delle dimensioni reali di questa città quando la si guarda dall’alto di notte: non finisce mai, semplicemente, si estende fino a dove l’occhio non riesce più a distinguere i dettagli.

Serata di spettacoli. Il Kabuki-za di Ginza è il teatro più famoso del Giappone per gli spettacoli di kabuki, la forma teatrale tradizionale giapponese nata nel XVII secolo. L’edificio è uno spettacolo già dall’esterno, con la sua facciata in stile tradizionale che sorge imponente nel mezzo del quartiere dello shopping di lusso di Ginza. All’interno, avevamo prenotato i posti per uno degli atti singoli, una formula pensata appositamente per i visitatori stranieri che permette di assistere a un atto della durata di circa un’ora senza dover seguire l’intera rappresentazione che può durare anche cinque ore. Ci sono audioguide disponibili in inglese che spiegano in tempo reale la trama e il significato dei costumi e dei gesti. Il kabuki è teatro di eccessi: i costumi sono elaboratissimi, il trucco è pittorico, i movimenti sono codificati in ogni minimo gesto, le voci degli attori emettono suoni che non assomigliano a nulla di sentito prima. Non è necessario capire il giapponese per essere travolti dalla potenza scenica di uno spettacolo che non ha cambiato la sua sostanza in quattrocento anni.

Un pomeriggio, quasi per caso, ci siamo ritrovati nel mezzo di un festival di strada. In uno dei viali alberati vicino al parco Yoyogi, una processione di persone in yukata e kimono tradizionali avanzava al ritmo di tamburi taiko, con lanterne di carta nelle mani e una compostezza festosa che solo i giapponesi sanno combinare. Ci siamo fermati sul bordo, e poi qualcuno ci ha invitato ad avvicinarci e alla fine eravamo lì, in mezzo al corteo, circondati da persone che sorridevano e ci indicavano come muovere i passi. Non abbiamo capito di quale festival si trattasse, non importava. Quello che importava era la sensazione di essere stati accolti, per un’ora, dentro qualcosa di autentico e antico, qualcosa che queste persone facevano non per i turisti ma per sé stesse, per un senso di continuità con qualcosa di più grande. È il tipo di momento che non si programma e non si dimentica.

Abbiamo visitato il cimitero di Sengaku-ji, conosciuto come il cimitero dei quarantasette ronin, è uno di quei posti che solo chi va oltre i soliti itinerari riesce a scoprire. Qui sono sepolti i quarantasette samurai che vendicarono la morte del loro signore Asano e poi si suicidarono ritualmente secondo il codice bushido, una storia del XVIII secolo che è diventata uno dei miti fondanti della cultura giapponese. Il tempio è tranquillo, quasi dimenticato, con i quarantasette tumuli allineati nel piccolo cimitero e sempre qualche bastone di incenso acceso dai visitatori in segno di rispetto. Non c’è niente di spettacolare qui, eppure ci siamo rimasti a lungo, in silenzio, con quella sensazione rara di toccare qualcosa di autentico e profondo.
Odaiba e il Gundam

Odaiba è l’isola artificiale di Tokyo, raggiungibile con il monorotaia Yurikamome che offre già di per sé una vista spettacolare sulla baia e sul Rainbow Bridge. È un quartiere moderno, figlio degli anni Novanta, con centri commerciali enormi, musei di design e tecnologia e quella tensione continua verso il futuro che il Giappone esprime meglio di chiunque altro.
Il Gundam RX-78-2 a grandezza naturale che svetta davanti al Diver City Tokyo Plaza è una di quelle esperienze che fanno sorridere anche chi non ha mai guardato un anime in vita sua. Diciotto metri di robot iconico, perfettamente costruito, con parti mobili e spettacoli luminosi serali. Intorno, decine di appassionati con le magliette dei loro personaggi preferiti, turisti che fotografano con occhi spalancati, bambini che tirano le maniche dei genitori. La cultura pop giapponese nella sua espressione più pura e irresistibile.
Il sake e la tecnologia: Tokyo come stile di vita
Due cose rimangono particolarmente impresse del tempo passato a Tokyo: il sake e la tecnologia. Il sake, il vino di riso giapponese, merita molto più rispetto di quello che spesso riceve fuori dal Giappone, dove viene servito tiepido in piccole bottigliette di plastica come accompagnamento al sushi. A Tokyo ci siamo imbattuti in un sake bar, una piccola bottega buia e accogliente a Shinjuku, dove il proprietario serviva decine di varietà diverse con la stessa cura e passione con cui un sommelier selezionato parlerebbe dei suoi vini. Freddo, a temperatura ambiente, junmai, ginjo, daiginjo: ogni termine corrisponde a un profilo aromatico diverso, e imparare a distinguerli è stato uno dei piaceri inaspettati del viaggio.

La tecnologia, dall’altra parte, è talmente integrata nella vita quotidiana di Tokyo da risultare quasi invisibile. I bagni con le loro funzioni automatizzate che ancora divertono i turisti occidentali, i distributori automatici di ogni tipo di prodotto immaginabile agli angoli delle strade, i treni che arrivano alla precisione del secondo, i pagamenti contactless ovunque: tutto funziona con un’efficienza che, dopo tre settimane, inizia a sembrare normale, e il ritorno a casa porta con sé un piccolo senso di nostalgia per quella perfezione logistica.

Il Rail Pass: la spina dorsale del viaggio
Il Japan Rail Pass è stato uno dei nostri migliori investimenti per questo viaggio. Va acquistato prima di partire dall’Italia, perché una volta in Giappone il costo è notevolmente più alto. Noi abbiamo optato per il pass di ventuno giorni, quello che copre esattamente la durata del nostro viaggio, con accesso illimitato a tutti i treni JR inclusi quasi tutti gli Shinkansen, i treni ad alta velocità.
Il funzionamento è semplice: all’arrivo in Giappone si attiva il pass mostrando il voucher cartaceo acquistato in Italia, e da quel momento è sufficiente mostrarlo all’addetto del cancello ogni volta che si sale su un treno coperto dal pass. La semplicità è disarmante, la comodità assoluta.
Con un itinerario come il nostro, che prevede numerosi spostamenti su lunga distanza, il pass si ripaga ampiamente e garantisce una libertà di movimento che sarebbe impossibile da replicare con i biglietti singoli.
Settembre: il mese giusto per il Giappone
Settembre è uno dei mesi migliori per visitare il Giappone, e possiamo dirlo dopo averlo vissuto sulla nostra pelle. Le temperature sono ancora calde, specialmente nelle prime due settimane, con massime intorno ai 28-30 gradi nelle aree più meridionali come Osaka e Kobe, ma senza l’umidità opprimente dell’estate piena che rende luglio e agosto davvero difficili da sopportare. A fine settembre, specialmente a Kyoto e nelle aree montuose, l’aria inizia a cambiare, il caldo si addolcisce, e si colgono i primissimi segnali di quello che diventerà il glorioso foliage autunnale di ottobre.
I festival sono un’altra buona ragione per scegliere settembre. Il Kishiwada Danjiri Matsuri, vicino Osaka, è uno dei festival più frenetici e spettacolari del Giappone, con carri enormi trascinati a velocità sorprendente per le strade da centinaia di persone. La stagione dei typhoon è tecnicamente ancora aperta in settembre, ma i rischi sono gestibili con un po’ di flessibilità nell’itinerario: in tre settimane abbiamo incrociato qualche giornata di pioggia intensa ma niente di drammatico.
Quello che il Giappone ci ha lasciato
Tre settimane sembrano tante prima di partire e sembrano pochissime al momento di salire sull’aereo di ritorno. Il Giappone è uno di quei paesi che non ti lascia indifferente: o lo ami o ne sei sopraffatto, e quasi sempre capita la prima cosa. Ha qualcosa di raro, la capacità di essere contemporaneamente antico e futuro, caotico e ordinato, straniero e familiare.
C’è un altro filo che attraversa tutto il viaggio e che non si riesce a separare dai luoghi e dalle esperienze: il cibo. Non quello dei ristoranti, quello che si mangia in piedi davanti a un chioschetto, seduti su una panchina di un parco, appoggiati al bancone di un konbini. I bento, le scatole di riso preparate con una cura e un’estetica che in Italia riserviamo ai piatti da ristorante, comprate nelle stazioni ferroviarie prima di salire sullo Shinkansen, sono diventati il nostro rituale di viaggio preferito. Ogni stazione ha i suoi ekiben, i bento della stazione appunto, con ricette locali e presentazioni diverse: aprirne uno nuovo era ogni volta una piccola scoperta. I ramen mangiati nei localini stretti e fumosi dove ci si siede al bancone, con la ciotola che arriva bollente e il brodo che profuma di dashi e miso, erano spesso il pasto più soddisfacente della giornata. I soba freddi serviti su un vassoio di bambù con salsa di soia e cipollotto da intingere, perfetti per le giornate ancora calde di settembre. Le zuppe di miso del mattino, semplici e profonde, servite nei ryokan insieme al riso bianco e ai tsukemono, le verdure fermentate, con quella capacità unica di essere al tempo stesso leggere e nutrienti. E poi il cibo dei chioschetti di strada vicino ai santuari: i dango, le palline di riso glutinoso infilzate su spiedini di bambù e spennellate di salsa dolce di soia, i taiyaki, le cialde a forma di pesce ripiene di anko, la pasta di fagioli azuki, caldi e profumati in mano mentre si cammina tra i torii. Il Giappone nutre anche l’anima, e lo fa spesso attraverso cose semplici e antiche che non hanno bisogno di spiegazioni.
Siamo tornati con la testa piena di immagini, le valigie cariche di kit kat ai gusti impossibili acquistati in aeroporto come souvenir dell’ultimo momento, e una lista già iniziata di cose che vogliamo vedere la prossima volta. Perché ci sarà una prossima volta, di questo siamo certi. Il Giappone è uno di quei paesi che si mettono in coda nell’anima, e non smettono di chiamarti indietro.
Se stai pensando di andarci, vai. Prendi il Rail Pass, prenota i ryokan con qualche mese di anticipo perché i migliori si esauriscono presto, scarica un traduttore offline, impara a dire arigatou gozaimasu nel modo giusto, e lasciati sorprendere. Il Giappone ha un modo tutto suo di superare ogni aspettativa, anche quelle che pensavi già impossibili.
Informazioni: settembre 2015
Volo: Arrivo a Osaka Kansai (KIX), partenza da Tokyo Narita (NRT). – Rail Pass: Acquistarlo in Italia prima della partenza. – Valuta: Yen giapponesi (JPY). – Il Giappone è ancora largamente cash-based, portare contanti. – Lingua: Traduttore con fotocamera attiva è un salvavita nei ristoranti e per i cartelli. – Onsen: Informarsi preventivamente sulla politica del proprio alloggio rispetto ai tatuaggi, alcuni posti li vietano.
*Foto reali scattate da Riccardo ed Elena. Viaggio personale e reale fatto, scritto con supporto dell’AI
di Elena e Riccardo





