Weekend ad Amsterdam: quando i canali diventano il tuo percorso di gara

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C’è qualcosa di magico nel viaggiare con uno scopo sportivo. Non sei solo un turista che passeggia senza meta, sei qualcuno che arriva in una città con un obiettivo preciso, scritto su un pettorale, con un numero di gara che ti identifica tra migliaia di altri pazzi come te. Amsterdam, con i suoi canali specchianti, i suoi quartieri che sembrano usciti da un dipinto fiammingo e la sua energia vibrante e cosmopolita, è una di quelle città che ti entra dentro ancora prima che tu abbia percorso il primo chilometro di gara. Siamo arrivati il sabato 14 ottobre 2017 con la testa già proiettata alla domenica, ma Amsterdam ha preteso la nostra attenzione fin dal primo momento, e ha fatto bene. Quello che ci siamo portati a casa non è stato solo una medaglia al collo, ma un pezzo di una città che non dimenticheremo facilmente.

Arrivo e il rito del pettorale all’Olympisch Stadion

Il volo atterra nella mattinata, e già in aereo la tensione mista all’eccitazione si faceva sentire. Per me non era la prima maratona, avevo già vissuto quell’emozione strana che prende allo stomaco nei giorni precedenti la gara, quell’alternanza continua tra fiducia e dubbio. Per la mia compagna invece era la prima volta, e leggevo nei suoi occhi qualcosa di diverso: una luce particolare, quella di chi sta per fare una cosa nuova e grande, che non sa ancora bene cosa aspettarsi ma ha già deciso di farcela.

La prima tappa obbligata era il ritiro dei documenti e del pettorale presso l’Olympisch Stadion, lo stadio olimpico costruito per i Giochi del 1928, uno di quei luoghi carichi di storia che ti mettono i brividi ancora prima di capire bene dove ti trovi. La struttura è imponente e bellissima, con quella torre centrale che domina l’ingresso e quella sensazione di stare camminando negli stessi spazi dove quasi un secolo fa gli atleti di mezzo mondo si sfidavano per un sogno. Il ritiro del pettorale durante le grandi maratone è sempre un momento speciale: trovi migliaia di persone come te, nervose e felici allo stesso tempo, che controllano il numero di gara, raccolgono il chip di cronometraggio, si guardano intorno con quella solidarietà silenziosa che accomuna chi sta per condividere la stessa fatica. Abbiamo passeggiato tra gli stand, respirato quell’atmosfera unica, e poi siamo usciti con i nostri pettorali stretti in mano come se fossero qualcosa di prezioso. In fondo, lo erano davvero.

Un pomeriggio tra i canali

Con ancora il pomeriggio davanti e le gambe che dovevano assolutamente riposare ma non ne avevano alcuna voglia, ci siamo lanciati nella città. Amsterdam è fatta per essere percorsa lentamente, meglio se a piedi o in bicicletta, lasciando che i canali ti guidino da un quartiere all’altro senza una meta precisa. I canali principali, il Herengracht, il Keizersgracht e il Prinsengracht, formano quei semicerchi concentrici che danno alla città la sua forma caratteristica, e passeggiare lungo le loro sponde significa immergersi in un’architettura che non si vede da nessun’altra parte al mondo. Le case strette e alte, con le facciate inclinate e i ganci sporgenti sul tetto usati un tempo per issare le merci, si rispecchiano nell’acqua ferma dei canali creando un effetto quasi irreale, come se la città esistesse doppia, una di mattoni e una di riflessi.

Il Jordaan è il quartiere che ci ha rubato più tempo e più cuore. Nato come quartiere operaio nel Seicento, oggi è diventato uno dei luoghi più affascinanti e ambiti di Amsterdam, con i suoi vicoli stretti, le botteghe d’artigianato, i café con i tavolini fuori anche quando la temperatura non lo giustificherebbe pienamente. C’è qualcosa di autentico che sopravvive lì, nonostante il turismo e la gentrificazione: le persone siedono fuori con la loro birra o il loro caffè, parlano tra loro, pedalano tranquille con le borse della spesa appese al manubrio. Non si ha mai la sensazione di essere in una città-vetrina, ma in un posto dove la gente vive davvero.

Abbiamo attraversato anche il quartiere dei Nove Vicoli, il De Negen Straatjes, quella griglia di stradine perpendicolari ai canali ricca di negozietti indipendenti, librerie, profumerie e locali dove fermarsi a mangiare qualcosa. Non potevamo permetterci di stare troppo a lungo in piedi, domani ci aspettavano 42 chilometri, ma resistere del tutto era impossibile. Ci siamo concessi una sosta, un pancake olandese nel tardo pomeriggio, uno di quei pancake piatti e grandi come un piatto da portata, che ad Amsterdam sono una religione. Li trovi ovunque, dolci con sciroppo e frutta o in versione salata con formaggio Gouda fuso, e in entrambi i casi sono una di quelle cose semplici che rimangono nel ricordo molto più a lungo di tanti piatti elaborati.

La sera era fatta per essere breve, il coprifuoco autoimposto del maratoneta è tiranno: cena leggera, carboidrati nel modo giusto, qualche bicchiere d’acqua, e una birra, poi a letto presto. Ma anche quelle poche ore di città sono state sufficienti per innamorarsi di Amsterdam.

La maratona: 42 chilometri tra storia, campagna e canali

Il 15 ottobre 2017 la sveglia suonava quando fuori era ancora buio. L’aria era quella tipica di metà ottobre nel nord Europa, fresca, quasi pungente, il cielo sereno con quella luce bianca e pulita che promette una bella giornata. Perfetta per correre.

La maratona di Amsterdam è una delle grandi classiche europee, con un percorso che parte e arriva all’Olympisch Stadion e che porta i corridori attraverso una varietà di paesaggi sorprendente per una città. Si corre lungo i canali del centro, tra le case storiche e i ponti di mattoni, poi il percorso si apre verso le periferie e la campagna circostante, dove il paesaggio cambia radicalmente.

Correre lungo i canali del centro era un’esperienza in sé: le strade fiancheggiate dagli ippocastani con le foglie già rosse e gialle di ottobre, i canali fermi e scuri accanto, pochi turisti a quell’ora del mattino, solo noi corridori e la città che si svegliava lentamente. C’è qualcosa di profondamente bello nel vedere una città così, quando è ancora mezza addormentata e tu la attraversi di corsa, sentendoti un po’ come se ti appartenesse.

Poi il percorso si allungava verso le campagne fuori città, e lì Amsterdam rivelava un’altra faccia di sé che da turista non vedresti mai. I mulini. Quei mulini a vento inconfondibili che punteggiano il paesaggio olandese come simboli di un’identità millenaria, erano lì accanto al percorso, alti e silenziosi nei campi, con le pale ferme nel vento leggero del mattino. Correrci accanto dava una sensazione strana e bellissima, come essere dentro una cartolina, come se il paesaggio avesse deciso di farti un regalo visivo proprio quando ne avevi più bisogno. I Paesi Bassi sono piatti, e quella piattezza che in altri contesti potrebbe sembrare monotona, in quel paesaggio di prati verdi, canali, mulini e cielo aperto diventava una forma di bellezza essenziale e silenziosa.

La maratona è una gara strana, diversa da tutte le altre distanze. Si può allenare il corpo quanto si vuole, ma c’è sempre un punto, solitamente intorno al trentesimo chilometro, dove il corpo smette di essere la questione principale e diventa tutta una faccenda mentale. Quel punto è arrivato anche per noi, ma eravamo insieme, e quella è forse la cosa più bella che si possa fare con qualcuno che ami: soffrire insieme per qualcosa di bello. Ci siamo guardati in certi momenti, senza dire niente, e ci siamo capiti. Avanti. Si va avanti.

Per la mia compagna, che affrontava quella distanza per la prima volta, gli ultimi chilometri erano un territorio inesplorato, sia fisicamente che emotivamente. Guardare qualcuno che ami attraversare quella soglia per la prima volta è un’emozione difficile da descrivere. C’è orgoglio, c’è tenerezza, c’è quella consapevolezza che quello che sta vivendo non lo dimenticherà mai.

Quando l’Olympisch Stadion è apparso di nuovo all’orizzonte, quando abbiamo sentito il rumore del pubblico crescere e la pista dello stadio sotto i nostri piedi, ci siamo guardati e abbiamo tagliato il traguardo insieme, mano nella mano. Quattro ore e qualcosa di fatica, di Amsterdam, di campagna olandese e di canali, condensati in quel momento lì. La medaglia al collo pesava pochissimo grammi ma sembrava il peso del mondo nel senso migliore possibile.

Il pomeriggio dei vincitori: Amsterdam dopo la gara

Dopo una doccia veloce in hotel, con le gambe che protestavano ad ogni gradino delle scale, Amsterdam ci aspettava ancora. Quando si finisce una maratona c’è una specie di euforia strana che prende, una sensazione di invincibilità mista a un appetito feroce e a una leggerezza mentale che vale da sola tutto l’allenamento. Siamo usciti di nuovo, stanchi ma felicissimi, con quella camminata un po’ rigida e quel sorriso fisso che chiunque abbia finito una maratona riconoscerà immediatamente.

Abbiamo visitato il Bloemenmarkt, il mercato dei fiori che galleggia sul canale Singel, uno dei mercati più fotografati e amati di Amsterdam. Le bancarelle sui barconi carichi di tulipani, bulbi di ogni colore, piante grasse e oggetti da giardino sono una di quelle cose che esistono solo lì, un’idea talmente olandese da sembrare quasi autoironica. Comprare bulbi di tulipano da portare a casa è quasi un obbligo, una di quelle cose da fare senza chiedersi perché, semplicemente perché ci si trova lì e il mercato dei fiori di Amsterdam è uno di quei posti che meritano di lasciare una traccia materiale nel tuo viaggio.

Il Museumplein, la grande piazza verde che ospita il Rijksmuseum, il Van Gogh Museum e lo Stedelijk Museum, l’abbiamo attraversata senza entrare nei musei, semplicemente perché le gambe non erano nelle condizioni di stare in fila e poi in piedi per ore davanti ai quadri. Ma la piazza in sé, con la scritta “I amsterdam” (allora ancora presente, prima che il comune decidesse di rimuoverla nel novembre di quello stesso anno, quasi a chiudere un’epoca) e i palazzi intorno, meritava già da sola una sosta.

Ci siamo persi ancora un po’ nel Jordaan nel tardo pomeriggio, sedendoci finalmente in uno di quei bruin café, i tipici bar olandesi dall’atmosfera scura e accogliente con i pavimenti di legno consumato e le pareti color caffè, dove ci siamo seduti a guardare la città fuori dalla finestra con quella soddisfazione silenziosa di chi ha fatto qualcosa di cui è orgoglioso.

L’ultimo mattino: Starbucks, pancake e arrivederci

Il lunedì mattina era tutto un po’ malinconico come sempre l’ultimo giorno di un viaggio bello. Siamo usciti presto, come ormai facevamo, e prima di tutto il resto ci siamo fermati da Starbucks per il nostro rito irrinunciabile: la tazza della città, quella con il logo di Amsterdam da aggiungere alla collezione. È una piccola abitudine sciocca e adorabile allo stesso tempo, uno di quei riti di coppia che non richiedono spiegazioni e che rendono ogni viaggio un po’ più proprio.

Poi, naturalmente, un ultimo pancake. Olandese, piatto, enorme, con sciroppo di stroop e una spolverata di zucchero a velo. Il giusto modo per chiudere un capitolo prima di dirigersi verso l’aeroporto.

Nel treno verso Schiphol, con le borse ai piedi e le medaglie da qualche parte nel bagaglio, ci siamo guardati con quella strana soddisfazione di chi ha vissuto un weekend davvero pieno. Non avevamo visto tutto di Amsterdam, in tre giorni è impossibile, ma avevamo corso per le sue strade, visto i mulini fuori città, camminato lungo i suoi canali, mangiato i suoi pancake e tagliato un traguardo insieme che nessuno ci avrebbe mai potuto togliere.

Informazioni: ottobre 2017

*Foto reali scattate da Riccardo ed Elena. Viaggio personale e reale fatto, scritto con supporto dell’AI

di Elena e Riccardo