USA del nord on the road: da Milwaukee a Cleveland

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Tempo di lettura: 31 minuti

Il nostro viaggio negli Stati Uniti del nord, dieci giorni vissuti a cavallo tra fine ottobre e inizio novembre, è stato un on the road vero, con la stessa intensità di un film americano anni Novanta, colonne sonore d’eccezione, birre artigianali nel bicchiere e la luce autunnale del Midwest che dipingeva tutto di arancio e oro.

Siamo partiti dalla frenesia impossibile di Manhattan, abbiamo volato su Chicago, poi ci siamo messi al volante e non ci siamo più fermati davvero. Milwaukee con la sua anima operaia e i suoi motori ruggienti. Detroit con i suoi quartieri che raccontano una storia di gloria, declino e rinascita. Cleveland con il rock che rimbomba tra le mura di un museo straordinario affacciato sul lago Erie. E nel mezzo, una manciata di tappe inaspettate — un faro sul Michigan, un banco dei pegni televisivo, un confine canadese attraversato quasi per gioco — che si sono rivelate tra i momenti più belli e memorabili dell’intero viaggio.

Il periodo scelto non è casuale. Fine ottobre negli Stati Uniti del nord significa foglie che bruciano di rosso e arancio, temperature fresche ma sopportabili, e l’energia di Halloween che trasforma ogni città in qualcosa di diverso da sé stessa. Abbiamo avuto fortuna con il tempo: quasi due settimane di cielo limpido e luce bassa che rendeva ogni paesaggio e ogni skyline più bello di qualsiasi cartolina.

New York: il caos che diventa casa

Arrivare a Manhattan è sempre la stessa vertigine. Il taxi dal JFK entra nel tunnel e poi, improvvisamente, la città esplode davanti agli occhi come un’idea troppo grande per essere vera. 

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© Riccardo Andrian – NY Time Square

Grattacieli, clacson, vapore che sale dai tombini, persone che camminano veloce come se il mondo stesse finendo tra cinque minuti. Eppure, dopo le prime ore, ci si sente inspiegabilmente a casa. New York è la città più famosa del mondo e ha ancora la capacità di sorprendere, come se ogni angolo nascondesse qualcosa che nessuna fotografia ha mai saputo catturare davvero.

Times Square e Midtown: il cuore pulsante

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© Riccardo Andrian – Tower of Freedom

Times Square di notte è un’esperienza sensoriale totale che non si può descrivere completamente: le pubblicità luminose che coprono interi palazzi, la folla che si muove in tutte le direzioni, i venditori ambulanti, i cosplayer travestiti da Minnie Mouse e Spider-Man che chiedono un dollaro per una foto. È kitsch, è caotico, è assolutamente americano nel modo più puro possibile. Non è un posto in cui si vuole stare a lungo, ma è un posto che si deve attraversare almeno una volta, possibilmente di notte, per capire davvero la scala di New York.

A due passi, il Rockefeller Center è tutto il contrario: eleganza Art Deco, proporzioni perfette, la celebre pista di pattinaggio su ghiaccio che a fine ottobre stava già per aprire. La Top of the Rock, l’osservatorio al 70esimo piano, offre una delle viste più belle sulla città — forse superiore a quella dell’Empire State Building, perché da lì si vede anche l’Empire State Building stesso, e la prospettiva è completamente diversa. 

L’Empire State Building merita una visita separata, non tanto per la vista dall’alto — che pure è straordinaria — quanto per l’edificio stesso. Inaugurato nel 1931, è ancora oggi una delle opere architettoniche più belle del Novecento: lo stile Art Deco della lobby, i dettagli in ottone, le proporzioni che sembrano sfidare ogni logica strutturale. 

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© Riccardo Andrian – New York

Il ponte di Brooklyn e DUMBO

Se c’è un’esperienza che ogni visitatore di New York dovrebbe fare almeno una volta, è camminare sul ponte di Brooklyn. Non importa quante volte lo si sia visto in foto: dal vivo è un’altra cosa. La struttura in acciaio e pietra, inaugurata nel 1883 e ancora oggi una delle opere ingegneristiche più ammirate del mondo, richiede circa venti minuti per essere attraversata a piedi sulla corsia pedonale sopraelevata. Il profilo di Manhattan che si staglia sullo sfondo, con i grattacieli che crescono man mano che ci si avvicina, è uno di quei momenti che restano impressi per sempre.

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© Riccardo Andrian – Ponte di Brooklyn

Siamo andati di mattina presto, con la luce ancora bassa e poca gente in giro: una scelta che consiglio vivamente, perché nel pomeriggio la folla di turisti può rendere l’attraversamento meno piacevole. Dall’altra parte del ponte, il quartiere di DUMBO — acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass — è uno dei più fotografati di tutta New York: il celebre scatto con il ponte di Manhattan incorniciato tra i palazzi di Washington Street è ormai iconico quanto qualsiasi skyline. DUMBO è pieno di gallerie d’arte, ristoranti, il mercato sotto il ponte con artigiani e street food, e una serie di caffè specialty in cui passare un’ora dimenticando completamente il resto del mondo.

Chinatown, Little Italy e il Lower East Side

Scendere verso il basso di Manhattan significa tuffarsi in un’altra città dentro la città. Chinatown è rumorosa, profumata, colorata e assolutamente autentica: non è una versione edulcorata per i turisti, è un quartiere dove la gente vive davvero, dove si compra il pesce fresco al mercato e si mangiano dim sum a colazione per pochi dollari. 

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© Riccardo Andrian – NY Chinatown

Chinatown merita anche una passeggiata serale, quando le lanterne rosse si accendono e i negozi rimangono aperti fino a tardi. Il Columbus Park, il piccolo parco verde al centro del quartiere, è il posto dove gli anziani giocano a scacchi e a mahjong su tavoli di pietra, indifferenti ai turisti che li fotografano. È uno di quei angoli di autenticità urbana che valgono più di qualsiasi museo.

A due passi, Little Italy si è molto ridotta nel tempo — il quartiere italiano originale ha ceduto gran parte del territorio alla Chinatown in espansione — ma un caffè e un cannolo in uno dei bar storici di Mulberry Street restano un rituale irrinunciabile. Il Caffè Roma, aperto dal 1891, è uno dei pochi sopravvissuti autentici di un quartiere che fu il cuore della comunità italiana di New York. Il Lower East Side, con i suoi murales che coprono interi palazzi, i vintage store e quella sensazione di quartiere in trasformazione costante, chiude il cerchio di questa passeggiata nel basso Manhattan.

SoHo, Greenwich Village e il West Village

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© Riccardo Andrian – Caserma dei Ghostbusters

SoHo — South of Houston Street — è il quartiere dello shopping di lusso e dell’architettura in ghisa, quegli edifici con le facciate metalliche che sono un’invenzione tutta newyorkese del XIX secolo. Le boutique si alternano alle gallerie d’arte su strade acciottolate che sembrano non appartenere alla stessa città dei grattacieli di Midtown. Vale la pena passarci anche solo per guardare gli edifici e bere qualcosa in uno dei tanti caffè che si aprono su Greene Street e West Broadway.

Il Greenwich Village è il quartiere bohémien per antonomasia, quello che ha ospitato Jack Kerouac e Bob Dylan, che ha dato i natali al movimento per i diritti LGBT con i moti di Stonewall, che ancora oggi ha un’energia creativa e intellettuale che si respira nelle sue strade strette e nei suoi bar dove si suona jazz dal vivo. The Village Vanguard, sulla Seventh Avenue, è uno dei locali jazz più storici di New York e del mondo: aprì nel 1935 e da allora non ha smesso di ospitare i migliori musicisti del genere. Anche solo passargli davanti e guardare la lista dei concerti in programma vale la deviazione.

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© Riccardo Andrian – Central Park NY

Central Park in autunno: un privilegio raro

Visitare Central Park a fine ottobre è un privilegio che non avevamo messo in conto pianificando il viaggio. I 341 ettari di verde nel cuore di Manhattan si trasformano in un quadro impressionista: gli alberi passano dal giallo al rosso al marrone in una progressione di colori che sembra studiata da un pittore. Le foglie coprono i vialetti e i laghi riflettono i colori del cielo in un modo che rende ogni angolo degno di una fotografia.

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© Riccardo Andrian – Central Park NY

Abbiamo trascorso un intero pomeriggio semplicemente camminando, senza meta precisa: la Bethesda Fountain con il suo angelo di bronzo al centro, il Bow Bridge in ghisa bianca — uno dei ponti più fotografati del parco — la Strawberry Fields con il mosaico “Imagine” in ricordo di John Lennon, il Great Lawn dove d’estate si tengono concerti gratuiti. Il Conservatory Garden nel lato orientale del parco, con i suoi giardini formali in stile italiano, inglese e francese, è quasi sempre vuoto di turisti nonostante sia uno degli angoli più belli dell’intera area verde. Il Belvedere Castle, la piccola fortezza di pietra al centro del parco, offre una vista panoramica sul Great Lawn e sui grattacieli del West Side che vale la breve salita.

I pier sull’East River e il Financial District

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© Riccardo Andrian – Pier a NY

Uno degli angoli meno raccontati di Manhattan è il suo lungofiume orientale. I pier sull’East River, in particolare la zona tra il Pier 17 e il Brooklyn Bridge Park, offrono una prospettiva completamente diversa sulla città. Il South Street Seaport, con le sue vecchie navi ormeggiate e i magazzini storici convertiti in ristoranti e negozi, è un pezzo di New York mercantile del XIX secolo miracolosamente sopravvissuto. Il Pier 17, quando ci siamo arrivati, era avvolto nei ponteggi: il vecchio centro commerciale sul fiume era stato demolito e il nuovo padiglione era ancora in costruzione, con le gru che si stagliavano sull’East River come sentinelle metalliche. In un altro contesto sarebbe stato deludente. Invece aveva qualcosa di affascinante: il cantiere aperto sul fiume, le assi di legno del molo ancora accessibili fino a un certo punto, e oltre i transenna quella vista sul ponte di Brooklyn e su Brooklyn stessa che nessun ponteggio riusciva a nascondere del tutto. A volte i posti incompiuti hanno un fascino che le versioni finite non riescono a replicare, e il Pier 17 nel 2017 era esattamente questo: una promessa ancora avvolta nel cemento, con l’East River che scorreva indifferente accanto.

A pochi minuti a piedi, il Financial District — il quartiere della finanza con Wall Street e la Borsa di New York — è affascinante anche per chi non ha il minimo interesse per i mercati finanziari. La Charging Bull, il famoso toro bronzeo di Arturo Di Modica su Broadway, è un simbolo talmente iconico da essere quasi surreale dal vivo. Il 9/11 Memorial, con le due vasche riflettenti nelle impronte delle torri gemelle, è un luogo che richiede silenzio e tempo, lontano dalla fretta turistica.

Il Bronx e lo Yankee Stadium: un pellegrinaggio sportivo

Prendere la metro verso nord e sconfinare nel Bronx è uno di quei gesti che molti turisti non fanno, spaventati da una reputazione che il quartiere si porta dietro da decenni e che oggi racconta una realtà molto diversa da quella degli anni Settanta e Ottanta. Il Bronx è il solo dei cinque borough di New York fisicamente attaccato al continente americano, e ha una personalità fortissima, costruita su comunità portoricane, dominicane e afroamericane che hanno plasmato questo territorio in modo irripetibile. È anche, non a caso, il luogo in cui è nato l’hip hop: il DJ Kool Herc organizzava le sue prime block party nei cortili del South Bronx nei primi anni Settanta, e da quei cortili è partita una rivoluzione musicale e culturale che ha cambiato il mondo. Camminare per le strade del Grand Concourse — il grande boulevard che attraversa il cuore del Bronx con i suoi palazzi Art Deco degli anni Trenta, molti dei quali splendidamente conservati — è una passeggiata nella storia urbana americana che sorprende sempre chi non se lo aspetta. Il New York Botanical Garden e lo Zoo del Bronx, due delle strutture più grandi e più belle del loro genere negli Stati Uniti, si trovano entrambi qui, e meriterebbero una giornata intera ciascuno.

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© Riccardo Andrian – Yankee Stadium

La tappa principale, però, era lo Yankee Stadium. Il tempio del baseball americano, inaugurato nel 2009 accanto al sito del vecchio stadio storico demolito l’anno precedente, è uno degli impianti sportivi più famosi e iconici del mondo: cinquantamila posti, la facciata di acciaio e granito che riprende i dettagli del leggendario predecessore costruito nel 1923, e quella tensione quasi sacrale che si avverte entrando in un luogo che ha visto trionfare ventisette campionati mondiali. I New York Yankees sono la franchigia sportiva più titolata nella storia del baseball americano, e il loro stadio custodisce una tradizione e un’aura che è impossibile non sentire, anche per chi il baseball non lo segue affatto. Il Monument Park, situato oltre la recinzione del campo in centro-sinistra, ospita i numeri ritirati e le targhe commemorative dei grandi Yankees della storia: Babe Ruth, Lou Gehrig, Mickey Mantle, Joe DiMaggio, Yogi Berra. Nomi che sono entrati nel lessico della cultura popolare americana ben oltre i confini del diamante. Visitare lo stadio anche fuori stagione, con il tour guidato che percorre il campo, i corridoi interni e lo spogliatoio, vale abbondantemente il viaggio fino al Bronx.

Coney Island: i guerrieri della notte e il luna park sul mare

Prendere la linea D della subway fino al capolinea e arrivare a Coney Island è uno dei viaggi più particolari che si possano fare a New York. Man mano che i vagoni si svuotano avvicinandosi all’oceano e la luce esterna comincia a filtrare tra i piloni sopraelevati, si ha la sensazione di stare andando verso un posto completamente diverso dal resto della città. Coney Island vive di mitologia tanto quanto di realtà. È la spiaggia popolare di New York per eccellenza, quella dove generazioni di immigrati e di newyorkesi di ogni ceto si sono mischiati sotto lo stesso sole bruciante d’estate, con i piedi nell’Atlantico e un hot dog di Nathan’s Famous in mano — il chiosco originale aperto nel 1916 è ancora lì, sulla stessa angolo di Surf Avenue, ed è una istituzione assoluta. Ma Coney Island è anche la location di uno dei film cult più amati dagli appassionati di cinema americano: I guerrieri della notte — The Warriors — diretto da Walter Hill nel 1979, in cui una gang del Bronx deve attraversare tutta New York di notte per tornare a casa dopo essere stata ingiustamente accusata dell’omicidio di un leader. Il film si apre e si chiude proprio qui, sulla spiaggia di Coney Island, con le giostre spente sullo sfondo e l’oceano che riflette le luci nella notte. Stare su quella stessa spiaggia, guardare quelle stesse giostre ancora lì dopo cinquant’anni, è un brivido cinematografico che non ci aspettavamo di sentire così forte.

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© Riccardo Andrian – Coney Island

Luna Park è il parco di divertimenti che occupa la parte centrale del lungomare, erede diretto dei grandi parchi che resero famosa questa lingua di terra già alla fine dell’Ottocento, quando Coney Island era la meta del tempo libero di tutta New York. Il Cyclone, la montagna russa in legno costruita nel 1927 e ancora perfettamente funzionante, è un’attrazione storica riconosciuta come landmark della città. Il Wonder Wheel, la grande ruota panoramica costruita nel 1920 con le sue gondole scorrevoli che dondolano verso l’esterno nelle discese, offre una vista sull’oceano Atlantico e sul profilo lontano di Manhattan che vale da sola la trasferta. 

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© Riccardo Andrian – Halloween a NY

Tutto intorno, i classici stand del luna park americano — il tiro al bersaglio, i cotton candy rosa, i corn dog fritti e i giochi a premi con peluche improbabili — completano un quadro rimasto incredibilmente simile a quello di cento anni fa. Coney Island non è glamour, non è perfetta, ha tratti di degrado e di abbandono che convivono con la vivacità del parco e con la bellezza ruvida del lungomare. Ed è esattamente per questo che è autentica, indimenticabile e assolutamente newyorkese.

Prima di lasciare New York ci siamo concessi due tappe simboliche: lo Starbucks di Midtown per aggiungere la tazza di New York alla nostra collezione — una piccola tradizione che avremmo ripetuto in ogni città del viaggio — e l’Hard Rock Cafe di Times Square, che con le sue chitarre appese al soffitto e la musica a tutto volume è un’istituzione turistica che vale la pena vivere almeno una volta nella vita.

Milwaukee: birra, formaggi e il leggendario Fonzie

Il volo da New York a Chicago dura poco più di due ore, ma è come attraversare un mondo completamente diverso, da li auto fino a Milwaukee. Milwaukee è una città che molti visitatori dell’area dei Grandi Laghi sorvolano, frettolosi di arrivare a Chicago o Detroit. Sarebbe un errore che ci dispiacerebbe commettere. La grande città del Wisconsin, con i suoi 590.000 abitanti circa, ha una personalità fortissima e una storia affascinante, costruita su generazioni di immigrati tedeschi e polacchi che hanno portato con sé la loro cultura, la loro architettura — i quartieri del West Side sembrano usciti da una cartolina bavarese — e soprattutto la loro passione per la birra e per i sapori robusti del nord Europa.

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© Riccardo Andrian – Milwaukee

Il lungofiume e il Third Ward

Il Milwaukee RiverWalk è uno dei lungofiumi pedonali più piacevoli di tutto il Midwest: un percorso di circa cinque chilometri lungo il Milwaukee River che attraversa i quartieri più vivaci della città, con terrazze di ristoranti, installazioni artistiche e una serie di ponti pedonali che collegano le due sponde. In autunno, con gli alberi che cambiano colore e riflettono nell’acqua, è uno degli spettacoli più belli che si possano vedere in una città americana di medie dimensioni.

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© Riccardo Andrian – Lago Michigan a Milwaukee

Il Historic Third Ward, il quartiere del porto trasformato in distretto artistico e gastronomico, è il posto dove si sente il polso della città contemporanea. I vecchi magazzini in mattone rosso ospitano oggi gallerie, boutique, ristoranti farm-to-table e il Milwaukee Public Market, un mercato coperto che è una delle tappe gastronomiche più interessanti del viaggio. Qui si trovano formaggi del Wisconsin in tutte le varietà immaginabili, pane fresco, miele, frutta e verdura locali, e una serie di banchi dove si mangia in piedi con il bicchiere di birra in mano.

Formaggi del Wisconsin e birre artigianali

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© Riccardo Andrian – Milwaukee

Il Wisconsin è lo stato del formaggio per antonomasia — produce quasi il 27% di tutto il formaggio degli Stati Uniti — e Milwaukee è il luogo perfetto per capire perché questa tradizione casearia sia così radicata. I caseifici locali producono alcune delle migliori varietà di formaggio americano: dal classico cheddar invecchiato che ha un carattere sorprendentemente complesso, al colby dalla pasta morbida e burrosa, dal brick cheese dalla storia tutta milwaukeeana ai cheese curds freschi che scricchiolano sotto i denti in modo soddisfacente. Nei negozi specializzati si trovano varietà che non si vedono altrove, e ogni assaggio è una piccola rivelazione per chi arriva con i pregiudizi del formaggi europeo.

Le birre non sono da meno. Milwaukee è la città di Pabst, Schlitz e Miller — tre marchi che hanno scritto la storia della birra industriale americana — ma la vera scena brassicola oggi si gioca nei microbirrifici di Walker’s Point, Third Ward e Bay View, dove giovani birrai sperimentano con luppoli locali, malti affumicati e ricette ispirate alla tradizione tedesca ma reinterpretate in chiave americana. 

La statua del Fonzie e Happy Days

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© Riccardo Andrian – Statua di Fonzie

C’è un pezzo di storia della cultura pop americana nascosto sul lungofiume di Milwaukee, e si chiama Fonzie. La famosa serie televisiva Happy Days, ambientata negli anni Cinquanta americani e trasmessa dal 1974 al 1984, era ambientata proprio a Milwaukee, e la città ha deciso di celebrarlo nel modo più americano possibile: con una statua in bronzo a grandezza naturale del personaggio più iconico della serie, Arthur “Fonzie” Fonzarelli, con il suo inconfondibile giubbotto di pelle nera, i jeans e il pollice alzato nel gesto che ha reso celebre il personaggio in tutto il mondo.

La statua, opera dello scultore Gerald P. Sawyer e inaugurata nel 2008, si trova sul RiverWalk vicino a Water Street, ed è diventata un pellegrinaggio obbligatorio per chiunque sia cresciuto guardando Happy Days. Fare la foto con il Fonzie — mettere il pollice in su come lui, replicare il suo sorriso sicuro — è uno di quei momenti assolutamente privi di pretese intellettuali, puri nella loro gioia infantile e nostalgica. L’abbiamo fatto senza vergogna, ridendo come due ragazzi, e non ce ne pentiamo minimamente.

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© Riccardo Andrian – Harley-Davidson

Il museo e la fabbrica Harley-Davidson

Se Milwaukee ha un’altra identità oltre alla birra e al formaggio, è quella del motore. Harley-Davidson è nata qui nel 1903, fondata da William S. Harley e dai fratelli Arthur, Walter e William Davidson in un piccolo capannone di legno di 3 metri per 4,5 nel cortile della famiglia Davidson. Da quel capannone è nata una delle aziende e dei brand più iconici della storia americana, e Milwaukee ne custodisce ancora oggi il museo più importante e affascinante dedicato al marchio.

Il Harley-Davidson Museum, aperto nel 2008 su un’ampia area lungo il fiume Menomonee, è una delle esperienze più sorprendenti dell’intero viaggio, anche per chi non si considera particolarmente appassionato di moto. Il campus di circa 38 mila metri quadrati ospita tre edifici principali: il museo vero e proprio, un ristorante e un negozio. La collezione permanente conta oltre 450 moto originali che coprono più di un secolo di storia: dai primissimi modelli del 1903 — rumorosissimi, fragili, costruiti con tecnologia quasi da bicicletta — alle serie moderne, passando per le moto militari delle due guerre mondiali, le V-twin degli anni Cinquanta che hanno ispirato generazioni di film e romanzi, e i modelli custom che sono sculture prima ancora che veicoli.

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© Riccardo Andrian – Harley-Davidson Museum

C’è la moto di Elvis Presley — o meglio, quella che avrebbe dovuto essere sua — e quella è già una ragione sufficiente per venire fin qui. C’è la collezione delle moto della polizia americana nel corso dei decenni, e quella dei modelli di produzione limitata. C’è una sezione dedicata alla cultura Harley — il lifestyle, l’abbigliamento, il linguaggio — che aiuta a capire perché questo marchio sia molto più di un produttore di moto: è un sistema di valori, un modo di essere, quasi una religione laica con i suoi riti e i suoi simboli.

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© Riccardo Andrian – Halloween a Milwaukee

La fabbrica vera e propria, il Menomonee Valley Plant, offre tour guidati su prenotazione che permettono di vedere la linea di assemblaggio in funzione. Vedere nascere una Harley Davidson dal nulla, pezzo per pezzo, con operai specializzati che lavorano con una precisione quasi artigianale su macchine che costeranno decine di migliaia di dollari, è un’esperienza che rimane difficile da raccontare. Il rumore metallico, l’odore di olio e vernice, il peso visibile di ogni componente, la cura nei dettagli: è industria americana nella sua forma più pura, e fa un certo effetto.

Chicago: la città del vento che non ti aspetti

Chicago non ha la frenesia verticale di Manhattan: ha una bellezza più orizzontale, più umana, costruita su un’architettura straordinaria che molti esperti considerano la più importante del Novecento americano, su quartieri con caratteri fortissimi e distinti, e su un lago — il Michigan — che è così grande da sembrare un mare vero. 

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© Riccardo Andrian – Chicago

Il Loop, il Bean e l’architettura di Chicago

Il Loop, il distretto centrale della città, è il punto di partenza obbligatorio per chiunque visiti Chicago per la prima volta. Il nome viene dall’elevated railway — la L train — che forma un anello intorno al centro, e già il solo fatto di camminare sotto questi binari sopraelevati mentre i treni passano sopra la testa con un fragore che scuote l’aria è un’esperienza urbana unica al mondo. Il Millennium Park è il cuore verde del Loop, e il Cloud Gate di Anish Kapoor — la scultura ribattezzata dai chicagoani “the Bean” per la sua forma a fagiolo gigante — è forse il monumento più fotografato della città. La superficie a specchio riflette il profilo dei grattacieli intorno e la figura di chi ci si avvicina in una distorsione quasi comica che regala uno dei selfie più originali d’America.

Ma Chicago è prima di tutto architettura, e la Chicago Architecture Foundation offre una delle esperienze più belle della città: il tour in battello sul Chicago River. Per circa novanta minuti, guide esperte raccontano la storia degli edifici che si affacciano sul fiume — dall’Art Deco del Wrigley Building al modernismo del Willis Tower (che i chicagoani chiamano ancora Sears Tower), dal postmoderno del 333 West Wacker Drive alle ultime costruzioni contemporanee. È un modo di vedere la città che cambia completamente la prospettiva, letteralmente e figurativamente.

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© Riccardo Andrian – Skydeck Chicago

Il Willis Tower, con i suoi 442 metri, è stato per decenni l’edificio più alto del mondo. Oggi non lo è più, ma resta uno dei grattacieli più impressionanti che esistano. Lo Skydeck al 103esimo piano ospita le Ledge, quattro cabine di vetro che sporgono di poco più di un metro dalla facciata: stare su quella superficie trasparente con Chicago trecento metri sotto i piedi è una sensazione che divide nettamente l’umanità in due categorie ben definite.

I quartieri: da River North a Wicker Park

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© Riccardo Andrian – Halloween a Chicago

River North è il quartiere delle gallerie d’arte e dei ristoranti di alto livello, con strade piene di locali che rimangono aperti fino a tardi e una vita notturna che è tra le più vivaci del Midwest. Il Museum of Contemporary Art Chicago, appena fuori dal Loop, è uno dei musei d’arte contemporanea più importanti degli Stati Uniti, con una collezione permanente che include opere di Magritte, Cindy Sherman, Andy Warhol e una serie di artisti contemporanei che è impossibile trovare riuniti altrove.

Wicker Park e Bucktown sono i quartieri alternativi per eccellenza, con una concentrazione di negozi di vintage, librerie indipendenti, microbirrifici e locali di musica dal vivo che ricorda certi quartieri di Brooklyn o di Portland. Division Street è l’arteria principale, e percorrerla la sera con le luci dei locali che si riflettono sull’asfalto bagnato dalle prime piogge autunnali è uno di quei momenti che fanno capire perché Chicago sia amata da chi la conosce davvero.

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© Riccardo Andrian – Lago Michigan a Chicago

The Magnificent Mile, il tratto di Michigan Avenue tra il Chicago River e il Gold Coast, è il grande boulevard dello shopping e dell’eleganza: il Tribune Tower con la sua facciata neogotica, il Water Tower — uno dei pochi edifici sopravvissuti al grande incendio del 1871 — e una serie di flagship store che rendono questa strada paragonabile alle più grandi vie dello shopping mondiali. Non è necessario comprare nulla per godersela: basta camminare.

La festa di Halloween in nave sul lago Michigan

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© Riccardo Andrian – Festa di halloween sulla nave

Il momento più surreale e indimenticabile di tutta la permanenza a Chicago è stato partecipare a una festa di Halloween in nave sul lago Michigan. Era la vigilia di Halloween, e la città era già in pieno fermento: costumi ovunque, bar a tema, decorazioni che trasformavano ogni angolo in un set horror. Ma nulla ci aveva preparato all’esperienza di trovarci su un battello da crociera in mezzo al lago, di notte, con Chicago illuminata alle spalle e il buio infinito del Michigan davanti.

La festa era caotica, colorata e rumorosa nel modo migliore possibile. Gente travestita da tutto e da niente, musica che usciva dagli altoparlanti, il vento freddo del lago che entrava nel collo sopra il cappotto. Abbiamo ballato, riso, bevuto birra locale e scattato fotografie con sconosciuti in costumi improbabili. Dal ponte superiore la splendida sullo skyline di Chicago che brillava sullo sfondo.

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© Riccardo Andrian – Chicago skyline

I primi chilometri della Route 66: il mito inizia qui

Ogni on the road americano che si rispetti deve avere un pezzo di Route 66. La madre di tutte le strade americane parte ufficialmente da Chicago, da Adams Street per la precisione, a pochi passi dal Grant Park sul lungofiume, con un cartello segnaletico che è diventato uno dei souvenir fotografici più cercati dai viaggiatori di tutto il mondo. Non è solo una strada: è un simbolo, una promessa di libertà, un filo lungo quasi quattromila chilometri che collega il lago Michigan all’Oceano Pacifico attraverso il Missouri, il Kansas, l’Oklahoma, il Texas, il New Mexico e l’Arizona.

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© Riccardo Andrian – Inizio US66

Nata ufficialmente nel 1926 come prima grande autostrada interstatale americana, la Route 66 è stata il percorso dei migranti dell’Okies durante la Grande Depressione — immortalati da Steinbeck in Furore — dei soldati che tornarono dalla guerra nel Pacifico, dei turisti degli anni Cinquanta con le loro station wagon cariche di bambini e aspettative. Poi l’Interstate Highway System degli anni Sessanta la rese obsoleta, e nel 1985 fu ufficialmente decertificata. Ma la Route 66 non è mai morta davvero: è diventata un pellegrinaggio, una nostalgia, un mito.

Percorrerne anche solo il tratto iniziale, con la consapevolezza di stare seguendo le orme di generazioni di viaggiatori prima di noi, è stato emozionante in modo difficile da spiegare. Ci siamo fermati a fotografare il cartello, abbiamo guardato a lungo verso sud, immaginando quei quattromila chilometri che portano fino a Santa Monica. Un giorno, forse, torneremo a percorrerla tutta. Per ora, ci bastava questo inizio.

Saint Joseph e il suo faro sul lago Michigan

Sulla strada da Chicago verso Detroit, abbiamo fatto una deviazione di circa quaranta minuti che si è rivelata uno dei momenti più belli e inaspettati del viaggio intero. Saint Joseph è una piccola città di poco più di ottomila abitanti affacciata sul lago Michigan, nel Michigan meridionale, famosa per i suoi tramonti leggendari e per uno dei fari più fotografati di tutta la Great Lakes Region.

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© Riccardo Andrian – Foro di St. Joseph

Il centro storico di Saint Joseph è tutto in pietra chiara e mattone, con negozi di artigianato, caffè e ristoranti disposti lungo Silver Beach Avenue che porta direttamente alla spiaggia e al molo. Silver Beach stessa, con la sua sabbia bianca e fine, è una delle spiagge più belle del lago Michigan — in estate è affollatissima, ma a fine ottobre era quasi deserta, con solo qualche camminatore solitario e i gabbiani che giravano in cerchio sopra l’acqua.

Il faro di Saint Joseph — in realtà sono due strutture distinte, il North Pier Lighthouse e l’Inner Light — si trova all’estremità di un lungo molo di cemento che si allunga nel lago per centinaia di metri. Percorrere quel molo, con il vento del Michigan che soffia forte e le onde che si infrangono sui lati schizzando acqua fredda sul viso, con i due fari rossi e bianchi che si stagliano contro il cielo autunnale, è un’esperienza quasi mistica. Ci siamo arrivati a fine pomeriggio, con la luce che scendeva e il lago che diventava prima argento e poi quasi viola, con strisce di arancio all’orizzonte dove il sole stava tramontando. Non c’era quasi nessun altro in giro. Solo noi, il vento, il suono dell’acqua e quella bellezza silenziosa e assoluta che solo i grandi laghi americani sanno regalare.

Ci siamo fermati a lungo, più a lungo di quanto avessimo pianificato, come spesso accade nei posti che non ti aspetti di amare. Poi siamo ripartiti verso Detroit con la sensazione di aver scoperto un segreto che non tutti i viaggiatori conoscono.

Kalamazoo: solo il tempo per un caffè

Kalamazoo è principalmente famosa per il suo nome, che ha qualcosa di musicale e quasi comico — e infatti è stata celebrata in canzoni, film e spettacoli radiofonici nel corso dei decenni, a partire dalla celebre canzone “I’ve Got a Gal in Kalamazoo” di Glenn Miller del 1942. La nostra sosta è stata breve, il tempo di un pasto veloce e una birra.

Vale la pena sapere, se si è appassionati di birra, che Kalamazoo ospita il Bell’s Brewery, uno dei birrifici artigianali più rispettati del Michigan, fondato nel 1985 e oggi uno dei simboli della craft beer culture americana. 

Detroit: la città che ha perso tutto e si è reinventata

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© Riccardo Andrian – Detroit

Detroit è una delle città americane più complesse, contraddittorie e affascinanti che esistano. Capitale mondiale dell’automobile per decenni — Ford, General Motors, Chrysler e tutta la filiera dell’industria automobilistica hanno costruito qui la loro fortuna e quella di intere generazioni di lavoratori — poi travolta dalla crisi dell’industria, dalla fuga delle imprese verso il south e verso l’estero, da decenni di declino demografico che hanno portato la popolazione da quasi due milioni di abitanti nel 1950 agli attuali 640.000. Nel 2013 ha dichiarato il più grande fallimento municipale nella storia degli Stati Uniti.

Eppure Detroit non è una città morta. È una città che si sta reinventando con una vitalità artistica, culturale e imprenditoriale che sorprende chiunque arrivi con pregiudizi in valigia. Le strade hanno ancora tratti abbandonati e decadenti che convivono con nuovi sviluppi, gallerie, ristoranti e startup. La tensione tra decadimento e rinascita è visibile ovunque, e questa tensione è esattamente quello che rende Detroit una delle città più oneste e interessanti d’America.

I quartieri di Detroit: tra storia e rinascita

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© Riccardo Andrian – Detroit skyline

Il quartiere del Midtown è la migliore dimostrazione di come Detroit stia cambiando pelle. L’asse di Woodward Avenue attraversa il cuore del distretto con musei, gallerie, ristoranti, birrifici artigianali e startup tecnologiche che coesistono con edifici abbandonati — alcuni dei quali sono stati trasformati in installazioni artistiche permanenti a cielo aperto. Il Detroit Institute of Arts, all’angolo tra Woodward e Farnsworth, è uno dei musei d’arte più importanti degli Stati Uniti e vale da solo una giornata intera: la collezione spazia dai maestri fiamminghi ai surrealisti, dai classici greci agli impressionisti, ma il pezzo di resistenza sono i famosi Detroit Industry Murals di Diego Rivera, quattro grandi affreschi che celebrano il lavoro operaio nell’industria automobilistica degli anni Trenta. 

Corktown, il quartiere più antico di Detroit, stava già mostrando i primi segnali di una rinascita che si sentiva nell’aria più che vedersi nei fatti. Vecchie case vittoriane e Italianate restaurate, bar con birra artigianale, ristoranti che aprivano dove prima c’erano officine abbandonate. E poi, al centro di tutto, la Michigan Central Station: un colosso di pietra e mattone costruito nel 1913, diciotto piani di architettura Beaux-Arts che fu per decenni il simbolo della grandezza industriale di Detroit e che dal 1988 era diventato il suo monumento più malinconico. Abbandonata, con le finestre vuote che guardano la città come orbite svuotate, la stazione era ancora lì, intatta nella sua decadenza maestosa, immune al tempo e agli uomini. Girarci intorno fa un effetto strano: è troppo grande per essere ignorata, troppo bella per essere dimenticata, troppo rotta per essere usata. Nessuno sapeva ancora con certezza cosa ne sarebbe stato. Indian Village, con le sue ville Liberty Style costruite agli inizi del Novecento da famiglie dell’alta borghesia industriale, è uno degli angoli più sorprendenti: ville enormi con giardini curati, in un quartiere che sembra uscito da un altro tempo. E poi Greektown, con i suoi ristoranti sempre aperti fino a tardi, i bouzouki che suonano e i saganaki — il formaggio greco flambé — che arrivano al tavolo avvolti nelle fiamme.

Il Eastern Market è uno dei mercati pubblici più grandi e più antichi degli Stati Uniti, attivo dal 1891 su un’area di sei isolati nel cuore della città. Il sabato mattina, quando il mercato è al suo apice, si trovano produttori locali del Michigan che vendono frutta, verdura, formaggi, carne, fiori e tutto quello che la terra del Midwest sa produrre. È anche uno dei luoghi dove l’arte urbana di Detroit è più visibile: i murali che coprono le facciate degli edifici intorno al mercato sono tra i più impressionanti della città.

Hardcore Pawn: il banco dei pugni di Les Gold

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© Riccardo Andrian – Al “Banco dei pugni”

Uno degli incontri più improbabili e divertenti del viaggio è stato entrare da American Jewelry and Loan, il banco dei pegni reso celebre dalla serie televisiva Hardcore Pawn — trasmessa per undici stagioni su in tv a partire dal 2010 e conosciuta in Italia come Il banco dei pugni. Lo show segue Les Gold — Leslie “Les” Gold — e i suoi figli Seth e Ashley nella gestione quotidiana di uno dei più grandi e vivaci negozi di compravendita degli Stati Uniti, con litigi familiari, trattative impossibili, oggetti stravaganti e una dinamica televisiva che è riuscita a rendere avvincente anche l’acquisto di un vecchio tostapane.

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© Riccardo Andrian – Autografo di Les Gold

Il negozio si trova nel cuore dei sobborghi ovest di Detroit, ed è esattamente come lo si vede in televisione: grande, caotico, pieno di oggetti di ogni categoria che vanno dalle gioiellerie agli strumenti musicali, dai videogiochi alle armi da fuoco, dagli elettrodomestici ai fumetti rari. E Les Gold era lì. Non lo abbiamo incontrato per caso: era presente nel negozio, disponibile, cordiale e divertente con i visitatori come lo è in televisione. Ci ha fermati, ha chiacchierato qualche minuto, ha posato per una foto con la stessa naturalezza di chi è abituato a essere riconosciuto ogni giorno. È stato uno di quegli incontri che ti fanno capire quanto la realtà possa essere più sorprendente e generosa di qualsiasi aspettativa.

8 Mile e la casa natale di Eminem

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© Riccardo Andrian – 8 Mile road

Non si può stare a Detroit e non fare il pellegrinaggio verso nord lungo 8 Mile Road, il confine simbolico e geografico che separa la città dai sobborghi del Michigan e che è diventato il titolo del film semi-autobiografico di Eminem del 2002, con la regia di Curtis Hanson. Il film — con la colonna sonora che include “Lose Yourself”, una delle canzoni più ascoltate della storia del rap — ha trasformato questa strada in un luogo mitologico per chiunque ami la musica hip hop.

8 Mile non è un posto per turisti nel senso tradizionale del termine: è una strada lunga, percorribile quasi interamente in auto, con tratti che mostrano senza filtri il degrado urbano e altri che mostrano quartieri operai che resistono stoicamente. Ma è densa di storia musicale. Detroit ha dato vita a uno stile rap tutto suo — più crudo, più industriale, più legato alla realtà della Rust Belt rispetto alla costa est e alla costa ovest — e 8 Mile è il confine fisico e mentale entro cui quella storia è nata.

La casa in cui Eminem — Marshall Bruce Mathers III — visse durante parte della sua infanzia si trova nel quartiere di Saint Clair Shores, non lontano da 8 Mile. Non è un museo, non ci sono cartelli turistici, non è aperta al pubblico: è una casa normale in una strada normale di case normali. Fermarsi davanti a quel cancello, in una serata di novembre, e pensare che da quelle strade sia emerso uno degli artisti più influenti e più venduti degli ultimi trent’anni — con oltre duecento milioni di dischi venduti nel mondo — è una di quelle riflessioni lente che il viaggio ti regala senza preavviso, quando non te le aspetti.

I Guns N’ Roses a Detroit: una notte impossibile da dimenticare

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© Riccardo Andrian – concerto dei Guns N’ Roses

Confessione: sapevamo già da casa che i Guns N’ Roses sarebbero stati a Detroit durante il nostro viaggio. Avevamo comprato i biglietti mesi prima, tenendo il segreto come un regalo che ci stavamo facendo da soli, una di quelle sorprese che si organizzano per se stessi e si attendono con la stessa eccitazione di un bambino la mattina di Natale. Il concerto al Little Caesars Arena — l’impianto da ventimila posti nel cuore del centro di Detroit, inaugurato nel 2017 — è stato uno di quegli eventi che appartengono già alla leggenda personale prima ancora che finiscano.

Axl Rose, Slash, Duff McKagan e il resto della band su un palco a Detroit — la città del rock e del blues, la città di Jack White e degli MC5 e di Iggy Pop e dei White Stripes — è un’equazione che non poteva che produrre qualcosa di straordinario. Welcome to the Jungle con quell’intro di chitarra che ti entra nello stomaco come un pugno, è stato sufficiente a fare venire la pelle d’oca dal primo secondo. Paradise City con ventimila persone che cantano all’unisono, è stato uno di quei momenti di comunione collettiva che il rock sa creare come nessun’altra forma d’arte. Quasi tre ore di concerto, i classici uno dopo l’altro, e la certezza — uscendo nel freddo di novembre con le orecchie che ronzavano e le gambe che tremavano — di aver assistito a qualcosa che non si dimentica.

La tappa allo Starbucks di Midtown per la tazza di Detroit — con la scritta sulla ceramica e il profilo della Renaissance Center — e all’Hard Rock Cafe di Woodward Avenue con i suoi cimeli dedicati anche alla scena musicale locale hanno completato una giornata che era già perfetta da sola.

Windsor, Canada: un salto oltre il confine

Pochi turisti che visitano la zona di Detroit sanno che a pochi minuti di bus si può attraversare il confine con il Canada e trovarsi a Windsor, in Ontario. Il passaggio attraverso l’Ambassador Bridge — un’imponente struttura sospesa inaugurata nel 1929, uno dei ponti internazionali più trafficati del mondo — è rapido e quasi indolore, e il risultato è uno di quei piccoli miracoli geografici che rendono i viaggi in Nord America così particolari.

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© Riccardo Andrian – Windsor

Windsor è una città tranquilla e piacevole di circa 230.000 abitanti, con un centro storico ordinato e un lungofiume attrezzato perfetto per una passeggiata. Il Riverfront Festival Plaza offre una vista diretta su Detroit dall’altra sponda del fiume Detroit, e questa prospettiva è la vera attrattiva della visita. Guardare la skyline della Motor City dal Canada ha qualcosa di cinematografico, quando i grattacieli si accendono di riflessi dorati sull’acqua. Il Renaissance Center di Detroit, con le sue torri cilindriche di vetro, sembra quasi vicino abbastanza da toccare.

Windsor ha anche una sua vita gastronomica interessante, con una scena culinaria influenzata dalla vicinanza con gli Stati Uniti ma con un’impronta canadese riconoscibile: il poutine — le patatine fritte con gravy e formaggio in grani — è qui il comfort food per eccellenza, e assaggiarlo in un diner locale mentre si guarda Detroit dall’altra parte del fiume è uno di quei momenti di viaggio banalmente perfetti.

Cleveland: il rock che non muore mai

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© Riccardo Andrian – Cleveland

L’ultima grande città del nostro on the road è stata Cleveland, Ohio, e se qualcuno si aspettava una conclusione in sordina si sbagliava di grosso. Cleveland è una città che ha sofferto quasi quanto Detroit, che ha attraversato decenni di difficoltà economiche e di declino demografico, ma che ha trovato nella musica — e nel rock in particolare — una ragione di orgoglio che trascende qualsiasi difficoltà contingente. Non è un caso che la Rock and Roll Hall of Fame abbia scelto Cleveland come sua sede, nel 1986: questa città ha un legame profondo e autentico con la musica popolare americana.

La Rock and Roll Hall of Fame

L’edificio progettato da I.M. Pei sul lungofiume del lago Erie è già di per sé un’opera d’arte che vale il viaggio. La struttura geometrica in vetro e acciaio — un prisma triangolare sorretto da una base in cemento che sembra uscita dal disegno di un architetto sognatore — si specchia nell’acqua del lago in un gioco continuo di luci che cambia ogni ora del giorno. È uno degli edifici contemporanei più riusciti degli Stati Uniti, e stare davanti ad esso al tramonto, con il lago Erie che si estende fino all’orizzonte, è un’esperienza estetica prima ancora che musicale.

Rock and Roll Hall of Fame
© Riccardo Andrian – Rock and Roll Hall of Fame

Ma è quello che contiene a renderla imprescindibile. La collezione spazia dalle origini del rock and roll — con i suoi debiti profondi verso il blues e il gospel africano-americano, verso il country del sud e il jazz delle città del nord — fino ai giorni nostri, passando per ogni decennio e ogni sottogenere che ha segnato la storia della musica popolare del ventesimo e ventunesimo secolo. Ci sono i costumi originali di David Bowie — quelli del Ziggy Stardust Tour del 1972, quelli dello Serious Moonlight Tour del 1983 — le chitarre di Jimi Hendrix con le bruciature dei concerti in cui finivano a fuoco, i taccuini di appunti di Kurt Cobain con le lyrics scritte a mano, i contratti originali dei Beatles con la Capitol Records, le giacche di Michael Jackson con i dettagli in strass. Ci sono le sale dedicate al punk, all’heavy metal, al grunge, all’hip hop, a ogni evoluzione stilistica che ha cambiato la direzione della musica popolare.

Uscire dalla Rock and Roll Hall of Fame con le canzoni che girano ancora in testa, con la voglia di riscoprire artisti dimenticati e di ascoltare album che non si conoscono, è la misura del suo successo come istituzione culturale.

I quartieri di Cleveland: Ohio City e il West Side Market

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© Riccardo Andrian – Cleveland

Cleveland non è solo musica e non è solo la sua hall of fame. Il suo centro metropolitano, in particolare i quartieri di Ohio City e Tremont sulla sponda ovest del Cuyahoga River, è pieno di ristoranti interessanti, microbirrifici, gallerie d’arte indipendenti e quella sensazione di città in divenire che si respira anche nelle aree rinnovate di Detroit. Ohio City in particolare ha subito una trasformazione notevole nell’ultimo decennio: case vittoriane restaurate, craft brewery che si affacciano sul fiume, mercati rionali, una vita di quartiere autentica che non ha nulla dell’artificiosità di certi processi di gentrification.

Il West Side Market, aperto dal 1912 nell’imponente edificio in mattoni con la torre dell’orologio su Lorain Avenue, è uno dei mercati pubblici più belli degli Stati Uniti. Il mercato coperto ospita oltre cento bancarelle di venditori di carne, salumi, formaggi, prodotti da forno, spezie e gastronomia etnica — ungherese, polacca, slovena, greca, mediorientale — che riflette la storia delle immigrazioni che hanno costruito Cleveland nel corso del ventesimo secolo. Il mercato aperto all’esterno, sotto le tettoie, vende frutta, verdura e fiori. Passarci la mattina di sabato, quando è al massimo della sua vitalità, con l’odore del pane fresco e dei salumi affumicati nell’aria, è un modo di conoscere Cleveland molto più intimo di qualsiasi guida turistica.

Lo stadio dei Cleveland Indians e la cultura sportiva

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© Riccardo Andrian – Stadio dei Cleveland Indians

Lo stadio dei Cleveland Indians, ora chiamati Guardians — che all’epoca della nostra visita si chiamava ancora Progressive Field, dopo essere stato per anni Jacob’s Field — è uno degli impianti sportivi più belli degli Stati Uniti. Costruito nel 1994 nel cuore del Gateway District, ha contribuito alla rinascita dell’area circostante e ha ispirato una generazione di nuovi stadi in tutto il paese. La struttura in mattoni rossi con i dettagli in acciaio verde si integra perfettamente nel tessuto urbano circostante, trasformando ogni partita in un evento di quartiere oltre che sportivo. La stagione del baseball era ormai finita quando ci siamo passati, ma anche vuoto, lo stadio ha una presenza fisica e una bellezza architettonica che si apprezzano da fuori.

Cleveland è da sempre una città di sport appassionata e fedele in modo commovente. I Cleveland Browns del football americano, i Cleveland Cavaliers del basket — che nel 2016 hanno vinto il loro primo titolo NBA, regalando alla città una delle gioie più grandi della sua storia sportiva — e appunto i Cleveland Indians del baseball hanno una tifoseria che è tra le più calde e leali d’America. Se si ha la fortuna di capitare in città durante una partita importante, l’atmosfera vale da sola un viaggio.

Non lontano dallo stadio, il Playhouse Square è uno dei complessi teatrali più grandi e meglio restaurati degli Stati Uniti: cinque teatri storici degli anni Venti — il Palace, il State, il Ohio, il Connor e il Allen — tutti perfettamente restaurati e ancora in attività, con stagioni di musical, concerti e spettacoli di prosa. Il grande lampadario esterno di Playhouse Square, l’outdoor chandelier più grande del mondo, illumina Euclid Avenue di notte con una luce calda e quasi teatrale.

L’ultima tazza Starbucks del viaggio è stata quella di Cleveland, con il profilo della città sulla ceramica bianca. Ci siamo fermati un momento a contarle mentalmente: New York, Chicago, Milwaukee, Detroit, Cleveland. Cinque tazze, cinque città, quattordici giorni di viaggio che ancora sentiamo addosso.

Quando la strada finisce e il viaggio comincia davvero

C’è un momento, alla fine di ogni grande viaggio, in cui ci si siede e si cerca di capire cosa si porta a casa. Non le fotografie, non i souvenir, non nemmeno le tazze allineate sul ripiano della cucina. Ci si chiede cosa è cambiato dentro, quale parte di quello che si è vissuto si è depositata in un posto permanente della memoria e del carattere.

Questo on the road negli Stati Uniti del nord ci ha lasciato molte cose. La consapevolezza che l’America è troppo grande e troppo complessa per essere capita o giudicata dall’esterno, che ogni città ha una storia che non coincide mai con l’immagine che se ne ha da lontano. La sorpresa di trovare, nelle città che si immagina solo come declino e abbandono — Detroit, Cleveland — una vitalità artistica e umana straordinaria, una capacità di resistenza e di reinvenzione che è forse il tratto più americano di tutti. La gioia pura e fisica di un concerto rock in una città che quella musica l’ha inventata e la respira ancora.

Il silenzio di un faro sul lago Michigan, con il vento che soffia e nessun altro in giro. La birra giusta nel posto giusto, il formaggio comprato al mercato, la risata con uno sconosciuto travestito da mostro su una nave in mezzo al lago nella notte di Halloween. Fonzie che ci guarda con il pollice alzato sul lungofiume di Milwaukee. Les Gold che posa per una foto nel suo negozio con la stessa naturalezza con cui respira. 8 Mile sotto un cielo grigio di novembre.

La luce autunnale ha accompagnato ogni chilometro di questo viaggio: bassa, obliqua, dorata, quella luce che solo ottobre e novembre sanno produrre nelle latitudini del nord America, che rende ogni cosa più bella e più malinconica al tempo stesso. È difficile immaginare questo itinerario in un altro periodo dell’anno: l’autunno del Midwest è uno spettacolo naturale che merita un viaggio da solo.

Informazioni: ottobre – novembre 2017
Volo: andata e ritorno su NY con voli interni su Chicago e da Cleveland. Auto a noleggio

*Foto reali scattate da Riccardo ed Elena. Viaggio personale e reale fatto, scritto con supporto dell’AI

di Elena e Riccardo